La filosofia e cultura indiana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina principale

Considerazione su Yama e Nyama


a cura di Mahendra (Riccardo Grosso)


Postfazione e bibliografia

Frammenti su yama e nyama tratti dai testi classici dello yoga.

 

Yoga sutra di Patanjali (tratto da "la scienza dello yoga", I.K. Taimni, ed. Ubaldini)

Libro dell'enstasi - Samadhi Pada

23) [L'enstasi] oppure [si ottiene] grazie alla dedizione al Signore (Isvara-pranidhana).


Libro del metodo . Sadhana Pada

1) Lo yoga pratico (kriya yoga) è ascesi (tapa), studio delle scritture (svadhyaya), dedizione totale al Signore (Isvara-pranidhana).
2) Esso ha per scopo la realizzazione dell'enstasi e l'attenuazione delle dolorose afflizioni originali.
29) Gli otto livelli dello yoga sono: precetti negativi (yama), precetti positivi (niyama), posture (asana), controllo del respiro (pranayama), raccoglimento (pratyahara), concentrazione (dharana), meditazione (dhyana) ed enstasi (samadhi).
30) i precetti negativi sono: inoffensività (ahimsa), veracità (satya), onestà (asteya), castità (brahmacharya) e assenza di attaccamento (aparigraha).
31)Quando non ammettono limitazione di specie, luogo tempo o circostanze, e sussistono tutti gli stadi [mentali], costituiscono il grande voto (maha-vrata).
32) I precetti positivi sono: purezza (sauca), appagamento (samtosa), ascesi (tapa), studio delle sacre scritture (svadhyaya), dedizione totale al Signore (Isvara-pranidhana).
33) Per scacciare ogni tentazione se ne evochi l'antidoto.
34) L'antidoto consiste nel considerare che le emozioni malvagie come la violenza, compiute, fatte compiere o approvate, causate da brama, ira o ottundimento, di intensità lieve, media o intensa, portano perennemente come frutti dolore e ignoranza.
35) In presenza di colui che è saldamente fondato nell'inoffensività (ahimsa) cessa ogni ostilità.
36) Colui che è saldamente fondato nella veracità (satya) governa il frutto dei riti.
37) Colui che è saldamente fondato nell'onestà (asteya) vede venire a sé ogni bene prezioso.
38) Colui che è saldamente fondato nella castità (brahmacharya) ottiene energia virile.
39) Colui che è saldamente fondato nell'assenza di attaccamento (aparigraha) acquista piena conoscenza delle circostanze delle sue vite.
40) Per effetto della purezza (sauca) si prova disgusto per le proprie membra e si evita il commercio con quelle degli altri. [Dalla purezza fisica [sorge] il disgusto per il proprio corpo e la riluttanza a stare in contatto fisico con gli altri].
41) Si ottiene inoltre la purezza del sattva, tranquillità, unintenzionalità, vittoria sui sensi, attitudine alla visione del Sé.
42) Per effetto dell'appagamento (samtosa) si ottiene piacere senza eguale.
43) Per effetto dell'ascesi (tapa) [si consegue] la perfezione del corpo e dei sensi grazie alla distruzione delle impurità.
44) Per effetto dello studio delle sacre scritture (svadhyaya) si incontra la divinità prescelta.
45) Per effetto della dedizione totale al Signore (Isvara-pranidhana) [si attinge] la perfezione dell'enstasi (samadhi).


La lucerna dell' hata yoga - hata-yoga-pradipika di Svatmarama (tratto dalla "luverna dell'hatha yoga", a cura di Giuseppe Spera, ed. Promolibri)


Lezione prima

16 bis) Gli yama e nyama: La mancanza del desiderio di uccidere, la sincerità. l'onestà, la castità, il perdono, la fermezza, la compassione, la rettitudine, la moderazione nella dieta e la purezza sono i dieci yama. L'ascesi, l'accontentamento, la fede religiosa, la liberalità, l'adorazione del Signore, l'ascolto dell'esposizione della dottrina, la vergogna nel non comportarsi in modo non conforme alle prescrizioni, il retto intelletto, la ripetizione a fior di labbra delle preghiere e l'oblazione sacrificale sono chiamate i dieci niyama da coloro che conoscono i testi dello yoga.

 

Lo yoga rivelato da Shiva - Siva samhita (tratto da "Lo yoga rivelato da Shiva" a cura di Maria Paola Repetto, ed. Promolibri)


Terzo capitolo

17) Non ottengono mai successo [nella realizzazione dello yoga] coloro che sono attaccati ai desideri, quelli che sono privi di fiducia, coloro che non onorano il maestro, quelli che desiderano i beni del mondo, quelli che abitualmente mentono, quelli che sono crudeli nelle loro parole, quelli che non soddisfano il maestro.
33) Lo yogin eviti decisamente queste cose: [... ] il furto, la violenza, l'ostilità verso la gente, l'egoismo, la disonestà, il digiuno, la falsità, la compagnia delle donne, il culto del fuoco, il parlare troppo di cose piacevoli e spiacevoli, il troppo cibo.
34) Lo yogin segua sempre e solo questi precetti: [...] ascolti discorsi di verità; osservi sempre i doveri di capofamiglia, ma con distacco; ripeta incessantemente il nome di Visnu; ascolti suoni straordinariamente dolci; sia dotato di fermezza, pazienza e purezza; pratichi l'ascesi; sia modesto e devoto; renda omaggio al maestro.

 

Yogatattva-Upanisad

26) ...dei dieci raffrenamenti (yama), per esempio,
quel che più importa è l'astenersi
dal cibo troppo ricco;
27) il più importante
dei dieci obblighi (niyama)
è quello che prescrive la non-violenza (ahimsa).

 


Postfazione

Quest’ultima parte non è perfettamente organica, poichè riunisce una serie di spunti che potrebbero essere sviluppati.
Dopo sette anni rifletto nuovamente su questo scritto che rappresentò una tappa cruciale e una svolta fondamentale nella mia pratica dello yoga. Fino ad allora il mio interesse si era rivolto principalmente allo hata-yoga, intesa come pratica fisica. Scoprire che vi era un substrato etico così rigoroso mi fece dubitare delle mie reali capacità in questo ambito. Per qualche tempo esitai, poi compresi che l’unica via percorribile era quella sperimentale; radunai il mio coraggio e decisi di mettere alla prova le mie (modeste) capacità. Questo approfondimento mi costrinse a confrontarmi con i temi basilari dello yoga, di cui yama-niyama sono i pilastri: anche le più ardite costruzioni dell’uomo, come le piramidi, non sarebbero mai state costruite se le basi, umili e invisibili, non fossero state assolutamente solide. Così, nello yoga, non può essere raggiunta la vetta (l’enstasi, illuminazione, nirvana...) senza porre adeguate fondamenta (yama e niyama).
Questo breve poscritto vorrebbe essere inoltre una testimonianza di quella che è stata la mia pratica di questi anni. Quando scrissi le mie considerazioni su yama e niyama, vivevo da solo, abbastanza isolato in me stesso, praticando assiduamente la disciplina. Ora ho una compagna, dei figli. Il tempo che posso dedicare a me stesso e alla sadhana si è estremamente ridotto; altre persone hanno bisogno delle mie cure, di attenzione ed affetto. Le situazioni evolvono, la vita è “come l’acqua che scorre”, fluida, senza soluzioni di continuità. Eppure i precetti di yama e nyama non ne vengono scalfiti, non presentano alcuna incrinatura. Hanno una loro validità universale, anzi, in situazioni differenti si arricchiscono di significato e profondità. Negli anni vi possono essere delle piccole vittorie, piccole sconfitte, ma secondo me ciò che è veramente essenziale è perseguire una meta con determinazione. Si può sbagliare, si possono avere debolezze. E’ importante rendersene conto, accettare serenamente le situazioni che questi casi particolari ci donano. Quando si presta questa attenzione, anche il concetto di ”karma” non è più astratto, ma lo si comincia a vedere operare. Io riesco a percepirne solo i meccanismi più grossolani; ma sono convinto che perfezionando la pratica, si dispieghi gradualmente ai nostri occhi il meccanismo che agisce, con una giustezza che nessun giudice umano ed anche celeste (se analizziamo i miti greci, ebraici, cristiani ed anche hindu) sarebbe in grado di raggiungere. Alcune persone grandemente avanzate sono in grado di perseguire il precetto di amore universale istintivamente; la maggior parte di noi deve affinasi attraverso alla sofferenza che le azioni ingiuste ed interessate ci provocano. Se le accettiamo passivamente, o ci ribelliamo senza analizzare le cause della nostra situazione attuale, faticheremo molto ad avanzare. Al contrario, quando ci rendiamo conto che le attuali situazioni dolorose sono il frutto di una serie di nostre azioni commesse, allora potremo con il tempo affrancarci dalle azioni che procurano dolore, e divenire veramente dei jiva-mukta, liberati viventi.
Riferendoci nuovamente ai testi, negli yoga sutra (vedi paragrafi precedenti), ben venti aforismi su di un totale di centonovantasei trattano di questo argomento. Patanjali fu di una sinteticità esemplare, e non si trova nella sua opera un solo termine ridondante o superfluo, perciò questo ci insegna quanto l’osservanza di yama e niyama sia importante nel contesto globale della sadhana quotidiana, di una pratica propedeutica o anche autonoma. Anche le siddhi che derivano dalle osservanze hanno una loro ferrea logica; esse non sono da perseguire e neppure dei traguardi, ma degli indicatori accurati del nostro stato di avanzamento; considerati come tali, quando se ne è presa coscienza, possono essere abbandonati senza rimpianto.
Lo scopo del raja yoga è delineato nel secondo verso degli Yoga sutra: “Yogas citta-vrtti-nirodhah” , acquietare i vortici della mente. Questa è la spiegazione tecnica, perfetta nella sua essenzialità. Ma noi spesso abbiamo bisogno di una spiegazione più “emotiva”. Ho riflettuto a lungo su ciò, e ritengo che lo scopo sia la ricerca dell’armonia. Certamente non è una conclusione travolgente, ma in linea con la tradizione. L’Universo osservato ad ogni livello, sia nell’infinitamente grande che nell’immensamente piccolo mostra un altissimo grado di armonia. L’uomo, che racchiude in sé un infinitesimo frammento del cosmo, ricerca istintivamente questa armonia. Compatibilmente al suo grado di coscienza, manifesta questo impulso in modi totalmente diversi. Un saggio illuminato realizzerà in modo pienamente cosciente questo obbiettivo, lasciando spesso nel mondo un’impronta indelebile; le persone comuni, tenderanno a ciò in modo più o meno inconscio e confuso; esseri di basso livello spirituale in balia di avidya e tamas, agiranno in modo apparentemente antitetico rispetto all’obiettivo. Anche la storia umana, vista sotto questa luce, permette una diversa chiave di lettura. I romani, all’apice della loro potenza, sottomisero tutto il mondo allora conosciuto. Cosa li spingeva? La sete di ricchezza, di potere? Certamente furono componenti essenziali. Ma ritengo che manifestarono così la loro sete di armonia, «omogeneizzando» popoli disparati portando la loro legge, religione, costume. Anche Hitler, e i molti che lo seguirono, perseguendo un sogno folle e perverso cercarono con mezzi terrificanti e luciferini di raggiungere questo scopo, tentando di annientare un popolo che ritenevano inferiore, e con la sua esistenza turbava l’armonia. Gli stessi hindu, ponendo in essere le divisioni delle caste, tesero a creare e mantenere dei gruppi omogenei, impedendo dei “vortici” materiali, dovuti per esempio a unioni tra persone di caste, e quindi a livelli di purezza, diversi. Il socialismo storico, cercò di rendere gli uomini uguali imponendolo dall’esterno, cancellando le peculiarità; per sua stessa natura era destinato a fallire, come tutti gli altri tentativi ingenui e transitori.
La cultura dominante contemporanea considera l’uomo nel suo divenire dalla nascita alla morte come un contenitore che deve essere riempito di sapere e nozioni da accumulare, e questa viene comunemente detta “cultura”. Sottintende spesso una certa dose di passività e la si può considerare una tecnica “additiva”.
Lo yoga tende a porre in luce la perfezione che già esiste in ognuno di noi, solamente nascosta innumerevoli strati di ignoranza e ottundimento. Yama e niyama conducono all’essenza, abbandonando sulla via tutto ciò che è superfluo, e prima di tutto l’attaccamento e la paura, le fonti principali dell’ignoranza. Il perfetto non si attacca a nulla, non possiede alcunché, va al di là delle teorie, delle credenze, della forma e della realtà apparente; in questo senso non crede a nulla, neppure in una divinità in senso tradizionale. La pratica dello yoga è una tecnica “sottrattiva” e squisitamente empirica, personale.
La nostra cultura può essere rappresentata dalla pittura: L’artista, sulla tela vuota aggiunge il colore, trasferisce delle atmosfere, le sue sensazioni. Per contro, lo scultore, quando è veramente ispirato, trae dalla pietra ciò che esiste in potenza e aspetta di essere portato alla luce: scava, affina, ma non aggiunge niente alla perfezione nascosta, in attesa. Ognuno di noi nel suo profondo, come in uno scrigno, possiede già l’essenza; semplicemente si è dimenticato la chiave per raggiungere il tesoro. Le pratiche per risvegliare questa memoria sono innumerevoli, e non ultima la nostra disciplina.
Fino all’inizio di questo secolo, sebbene la maggior parte delle persone svolgesse un faticoso lavoro fisico, aveva un ambito ristretto, i ritmi erano più lenti, c’erano poche fonti di distrazione e quindi se una persona era portata all’introspezione, aveva modo di concentrarsi sull’oggetto della sua ricerca interiore. Attualmente invece l’uomo, come le sue macchine, è diventato anch’esso “multimediale”, come lo ha definito Marilia Albanese; ovvero agisce su più piani contemporaneamente. Oggi non è certamente deplorevole essere “impegnatissimi”, “non avere un attimo di respiro”; anzi, per molti è uno status-symbol di una apparente modernità. Tutti noi sappiamo, senza tuttavia riuscire veramente ad opporci, che questa eccessiva frammentazione non porta nulla di veramente buono, e certamente non arricchisce lo spirito. Se l’obbiettivo dello yoga è “calmare i vortici della mente”, la vita contemporanea ci indirizza su una strada sostanzialmente opposta. Sta a noi trovare l’equilibrio tra attività e contemplazione; una pratica costante di yama e niyama ci mantiene inoltre in un’attenzione sottile su quella che noi normalmente consideriamo la realtà; ci aiuta pertanto a essere anche spettatori della rappresentazione di cui siamo attori; restando in questo piano leggermente superiore a quello in cui noi siamo abituati ad agire, possiamo essere più distaccati, e considerare la nostra vita frenetica con una certa distanza, restandone meno coinvolti dal piano emotivo e spirituale.
Mi accorgo spesso di contrapporre la cultura occidentale con quella dello yoga: questa tendenza è riduttiva, infatti, come ho già accennato altrove, anche nella nostra cultura tradizionale cristiana esistono valori analoghi: semplicemente oggi li abbiamo scordati, ovvero li abbiamo davanti agli occhi ma siamo ciechi. Semplicemente scavando nella nostra tradizione di qualche decennio fa, quando le condizioni di vita avverse rendevano le persone più disponibili verso gli altri e meno attaccate al benessere personale, potremmo ritrovare la strada dimenticata.
In questo senso, forse si riesce a superare la dicotomia oriente-occidente, cristianesimo-induismo. Tutti noi, ed io per primo, siamo portati a confrontare le varie tradizioni, come trattato nel terzo paragrafo. Però, oltre un certo limite, questo confronto diventa sterile. Se vogliamo veramente cambiare la nostra situazione spirituale, abbiamo due alternative: restare nel mondo, o ritirarci in qualche convento e dedicarci alla contemplazione. Alcuni hanno intrapreso questa seconda, difficile via. Dei molti occidentali che sinceramente sono andati in Oriente ed hanno intrapreso quel percorso, pochi hanno trovato la vera via che conduce alla liberazione: per esempio, un tibetano è fin dalla nascita abituato ai rigori del freddo, ad una vita senza comodità, in cui tutto si riduce all’essenziale. Un’occidentale, che intraprende questo percorso, si trova a dover affrontare anche queste difficoltà, oltre allo shock culturale. Perciò le sue energie in parte considerevole vanno utilizzate per raggiungere uno stato che per ogni bimbo tibetano è già connaturato. Inoltre, se noi siamo nati in Occidente, questo avrà un senso, relativamente alla legge del karma. La Baghavat-gita incessantemente ammonisce ad agire disinteressatamente, o se questo è troppo difficile, offrire l’azione al Supremo: questo è un sistema infallibile che induce distacco e serenità interiore. Yama e niyama possono avere un effetto simile. Se noi continuiamo ad agire come il solito, cercando comunque di evitare le occupazioni palesemente inutili, le pratiche di astensione-obblighi, ci obbligano a mantenere sempre un controllo vigile su noi stessi: mentre agiamo (nella realtà ordinaria), la coscienza rimane sempre vigile per vagliare le nostre azioni (diventando un sistema di controllo della realtà): sperimenteremo un duplice stato, come se vedessimo la scena da due angolazioni diverse, la prima usuale, la seconda con una prospettiva più ampia, agenti e osservatori neutrali allo stesso tempo. Il giudizio su noi stessi diverrebbe maggiormente acuto ed imparziale, distaccandoci progressivamente dalla meschinità dell’azione interessata.

 

Bibliografia


Anonimo Bhagavad Gita

Anonimo Lo yoga rivelato da Shiva

Cella G. Yoga

Coccioli C. Buddha e il suo glorioso mondo

Davies P. La Superforza

Fromm. E. Avere o essere

Hawking S. Dal Big Bang ai buchi neri

Iyengar B. K. S. Teoria e pratica dello Yoga

Patanjali Sutra sullo Yoga

Schopenhauer A. Il mondo come volontà e come rappresentazione

Schuré E. I grandi iniziati

Svatmarama La lucerna dello Hata Yoga

Taimni I. K. La scienza dello Yoga

Vari Il Vangelo

Varenne J. Le Upanishad dello Yoga


 

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