
Frammenti su yama e nyama tratti dai testi classici dello yoga.
Yoga sutra di Patanjali (tratto da "la scienza dello yoga",
I.K. Taimni, ed. Ubaldini)
Libro dell'enstasi - Samadhi Pada
23) [L'enstasi] oppure [si ottiene] grazie alla dedizione al Signore (Isvara-pranidhana).
Libro del metodo . Sadhana Pada
1) Lo yoga pratico (kriya yoga) è ascesi (tapa), studio delle
scritture (svadhyaya), dedizione totale al Signore (Isvara-pranidhana).
2) Esso ha per scopo la realizzazione dell'enstasi e l'attenuazione delle
dolorose afflizioni originali.
29) Gli otto livelli dello yoga sono: precetti negativi (yama), precetti
positivi (niyama), posture (asana), controllo del respiro (pranayama),
raccoglimento (pratyahara), concentrazione (dharana), meditazione (dhyana)
ed enstasi (samadhi).
30) i precetti negativi sono: inoffensività (ahimsa), veracità
(satya), onestà (asteya), castità (brahmacharya) e assenza
di attaccamento (aparigraha).
31)Quando non ammettono limitazione di specie, luogo tempo o circostanze,
e sussistono tutti gli stadi [mentali], costituiscono il grande voto (maha-vrata).
32) I precetti positivi sono: purezza (sauca), appagamento (samtosa),
ascesi (tapa), studio delle sacre scritture (svadhyaya), dedizione totale
al Signore (Isvara-pranidhana).
33) Per scacciare ogni tentazione se ne evochi l'antidoto.
34) L'antidoto consiste nel considerare che le emozioni malvagie come
la violenza, compiute, fatte compiere o approvate, causate da brama, ira
o ottundimento, di intensità lieve, media o intensa, portano perennemente
come frutti dolore e ignoranza.
35) In presenza di colui che è saldamente fondato nell'inoffensività
(ahimsa) cessa ogni ostilità.
36) Colui che è saldamente fondato nella veracità (satya)
governa il frutto dei riti.
37) Colui che è saldamente fondato nell'onestà (asteya)
vede venire a sé ogni bene prezioso.
38) Colui che è saldamente fondato nella castità (brahmacharya)
ottiene energia virile.
39) Colui che è saldamente fondato nell'assenza di attaccamento
(aparigraha) acquista piena conoscenza delle circostanze delle sue vite.
40) Per effetto della purezza (sauca) si prova disgusto per le proprie
membra e si evita il commercio con quelle degli altri. [Dalla purezza
fisica [sorge] il disgusto per il proprio corpo e la riluttanza a stare
in contatto fisico con gli altri].
41) Si ottiene inoltre la purezza del sattva, tranquillità, unintenzionalità,
vittoria sui sensi, attitudine alla visione del Sé.
42) Per effetto dell'appagamento (samtosa) si ottiene piacere senza eguale.
43) Per effetto dell'ascesi (tapa) [si consegue] la perfezione del corpo
e dei sensi grazie alla distruzione delle impurità.
44) Per effetto dello studio delle sacre scritture (svadhyaya) si incontra
la divinità prescelta.
45) Per effetto della dedizione totale al Signore (Isvara-pranidhana)
[si attinge] la perfezione dell'enstasi (samadhi).
La lucerna dell' hata yoga - hata-yoga-pradipika di Svatmarama (tratto dalla "luverna dell'hatha yoga", a cura di Giuseppe Spera, ed. Promolibri)
Lezione prima
16 bis) Gli yama e nyama: La mancanza del desiderio di uccidere, la sincerità. l'onestà, la castità, il perdono, la fermezza, la compassione, la rettitudine, la moderazione nella dieta e la purezza sono i dieci yama. L'ascesi, l'accontentamento, la fede religiosa, la liberalità, l'adorazione del Signore, l'ascolto dell'esposizione della dottrina, la vergogna nel non comportarsi in modo non conforme alle prescrizioni, il retto intelletto, la ripetizione a fior di labbra delle preghiere e l'oblazione sacrificale sono chiamate i dieci niyama da coloro che conoscono i testi dello yoga.
Lo yoga rivelato da Shiva - Siva samhita (tratto da "Lo yoga rivelato da Shiva" a cura di Maria Paola Repetto, ed. Promolibri)
Terzo capitolo
17) Non ottengono mai successo [nella realizzazione dello yoga] coloro
che sono attaccati ai desideri, quelli che sono privi di fiducia, coloro
che non onorano il maestro, quelli che desiderano i beni del mondo, quelli
che abitualmente mentono, quelli che sono crudeli nelle loro parole, quelli
che non soddisfano il maestro.
33) Lo yogin eviti decisamente queste cose: [... ] il furto, la violenza,
l'ostilità verso la gente, l'egoismo, la disonestà, il digiuno,
la falsità, la compagnia delle donne, il culto del fuoco, il parlare
troppo di cose piacevoli e spiacevoli, il troppo cibo.
34) Lo yogin segua sempre e solo questi precetti: [...] ascolti discorsi
di verità; osservi sempre i doveri di capofamiglia, ma con distacco;
ripeta incessantemente il nome di Visnu; ascolti suoni straordinariamente
dolci; sia dotato di fermezza, pazienza e purezza; pratichi l'ascesi;
sia modesto e devoto; renda omaggio al maestro.
Yogatattva-Upanisad
26) ...dei dieci raffrenamenti (yama), per esempio,
quel che più importa è l'astenersi
dal cibo troppo ricco;
27) il più importante
dei dieci obblighi (niyama)
è quello che prescrive la non-violenza (ahimsa).
Postfazione
Questultima parte non è perfettamente organica, poichè
riunisce una serie di spunti che potrebbero essere sviluppati.
Dopo sette anni rifletto nuovamente su questo scritto che rappresentò
una tappa cruciale e una svolta fondamentale nella mia pratica dello yoga.
Fino ad allora il mio interesse si era rivolto principalmente allo hata-yoga,
intesa come pratica fisica. Scoprire che vi era un substrato etico così
rigoroso mi fece dubitare delle mie reali capacità in questo ambito.
Per qualche tempo esitai, poi compresi che lunica via percorribile
era quella sperimentale; radunai il mio coraggio e decisi di mettere alla
prova le mie (modeste) capacità. Questo approfondimento mi costrinse
a confrontarmi con i temi basilari dello yoga, di cui yama-niyama sono
i pilastri: anche le più ardite costruzioni delluomo, come
le piramidi, non sarebbero mai state costruite se le basi, umili e invisibili,
non fossero state assolutamente solide. Così, nello yoga, non può
essere raggiunta la vetta (lenstasi, illuminazione, nirvana...)
senza porre adeguate fondamenta (yama e niyama).
Questo breve poscritto vorrebbe essere inoltre una testimonianza di quella
che è stata la mia pratica di questi anni. Quando scrissi le mie
considerazioni su yama e niyama, vivevo da solo, abbastanza isolato in
me stesso, praticando assiduamente la disciplina. Ora ho una compagna,
dei figli. Il tempo che posso dedicare a me stesso e alla sadhana si è
estremamente ridotto; altre persone hanno bisogno delle mie cure, di attenzione
ed affetto. Le situazioni evolvono, la vita è come lacqua
che scorre, fluida, senza soluzioni di continuità. Eppure
i precetti di yama e nyama non ne vengono scalfiti, non presentano alcuna
incrinatura. Hanno una loro validità universale, anzi, in situazioni
differenti si arricchiscono di significato e profondità. Negli
anni vi possono essere delle piccole vittorie, piccole sconfitte, ma secondo
me ciò che è veramente essenziale è perseguire una
meta con determinazione. Si può sbagliare, si possono avere debolezze.
E importante rendersene conto, accettare serenamente le situazioni
che questi casi particolari ci donano. Quando si presta questa attenzione,
anche il concetto di karma non è più astratto,
ma lo si comincia a vedere operare. Io riesco a percepirne solo i meccanismi
più grossolani; ma sono convinto che perfezionando la pratica,
si dispieghi gradualmente ai nostri occhi il meccanismo che agisce, con
una giustezza che nessun giudice umano ed anche celeste (se analizziamo
i miti greci, ebraici, cristiani ed anche hindu) sarebbe in grado di raggiungere.
Alcune persone grandemente avanzate sono in grado di perseguire il precetto
di amore universale istintivamente; la maggior parte di noi deve affinasi
attraverso alla sofferenza che le azioni ingiuste ed interessate ci provocano.
Se le accettiamo passivamente, o ci ribelliamo senza analizzare le cause
della nostra situazione attuale, faticheremo molto ad avanzare. Al contrario,
quando ci rendiamo conto che le attuali situazioni dolorose sono il frutto
di una serie di nostre azioni commesse, allora potremo con il tempo affrancarci
dalle azioni che procurano dolore, e divenire veramente dei jiva-mukta,
liberati viventi.
Riferendoci nuovamente ai testi, negli yoga sutra (vedi paragrafi precedenti),
ben venti aforismi su di un totale di centonovantasei trattano di questo
argomento. Patanjali fu di una sinteticità esemplare, e non si
trova nella sua opera un solo termine ridondante o superfluo, perciò
questo ci insegna quanto losservanza di yama e niyama sia importante
nel contesto globale della sadhana quotidiana, di una pratica propedeutica
o anche autonoma. Anche le siddhi che derivano dalle osservanze hanno
una loro ferrea logica; esse non sono da perseguire e neppure dei traguardi,
ma degli indicatori accurati del nostro stato di avanzamento; considerati
come tali, quando se ne è presa coscienza, possono essere abbandonati
senza rimpianto.
Lo scopo del raja yoga è delineato nel secondo verso degli Yoga
sutra: Yogas citta-vrtti-nirodhah , acquietare i vortici della
mente. Questa è la spiegazione tecnica, perfetta nella sua essenzialità.
Ma noi spesso abbiamo bisogno di una spiegazione più emotiva.
Ho riflettuto a lungo su ciò, e ritengo che lo scopo sia la ricerca
dellarmonia. Certamente non è una conclusione travolgente,
ma in linea con la tradizione. LUniverso osservato ad ogni livello,
sia nellinfinitamente grande che nellimmensamente piccolo
mostra un altissimo grado di armonia. Luomo, che racchiude in sé
un infinitesimo frammento del cosmo, ricerca istintivamente questa armonia.
Compatibilmente al suo grado di coscienza, manifesta questo impulso in
modi totalmente diversi. Un saggio illuminato realizzerà in modo
pienamente cosciente questo obbiettivo, lasciando spesso nel mondo unimpronta
indelebile; le persone comuni, tenderanno a ciò in modo più
o meno inconscio e confuso; esseri di basso livello spirituale in balia
di avidya e tamas, agiranno in modo apparentemente antitetico rispetto
allobiettivo. Anche la storia umana, vista sotto questa luce, permette
una diversa chiave di lettura. I romani, allapice della loro potenza,
sottomisero tutto il mondo allora conosciuto. Cosa li spingeva? La sete
di ricchezza, di potere? Certamente furono componenti essenziali. Ma ritengo
che manifestarono così la loro sete di armonia, «omogeneizzando»
popoli disparati portando la loro legge, religione, costume. Anche Hitler,
e i molti che lo seguirono, perseguendo un sogno folle e perverso cercarono
con mezzi terrificanti e luciferini di raggiungere questo scopo, tentando
di annientare un popolo che ritenevano inferiore, e con la sua esistenza
turbava larmonia. Gli stessi hindu, ponendo in essere le divisioni
delle caste, tesero a creare e mantenere dei gruppi omogenei, impedendo
dei vortici materiali, dovuti per esempio a unioni tra persone
di caste, e quindi a livelli di purezza, diversi. Il socialismo storico,
cercò di rendere gli uomini uguali imponendolo dallesterno,
cancellando le peculiarità; per sua stessa natura era destinato
a fallire, come tutti gli altri tentativi ingenui e transitori.
La cultura dominante contemporanea considera luomo nel suo divenire
dalla nascita alla morte come un contenitore che deve essere riempito
di sapere e nozioni da accumulare, e questa viene comunemente detta cultura.
Sottintende spesso una certa dose di passività e la si può
considerare una tecnica additiva.
Lo yoga tende a porre in luce la perfezione che già esiste in ognuno
di noi, solamente nascosta innumerevoli strati di ignoranza e ottundimento.
Yama e niyama conducono allessenza, abbandonando sulla via tutto
ciò che è superfluo, e prima di tutto lattaccamento
e la paura, le fonti principali dellignoranza. Il perfetto non si
attacca a nulla, non possiede alcunché, va al di là delle
teorie, delle credenze, della forma e della realtà apparente; in
questo senso non crede a nulla, neppure in una divinità in senso
tradizionale. La pratica dello yoga è una tecnica sottrattiva
e squisitamente empirica, personale.
La nostra cultura può essere rappresentata dalla pittura: Lartista,
sulla tela vuota aggiunge il colore, trasferisce delle atmosfere, le sue
sensazioni. Per contro, lo scultore, quando è veramente ispirato,
trae dalla pietra ciò che esiste in potenza e aspetta di essere
portato alla luce: scava, affina, ma non aggiunge niente alla perfezione
nascosta, in attesa. Ognuno di noi nel suo profondo, come in uno scrigno,
possiede già lessenza; semplicemente si è dimenticato
la chiave per raggiungere il tesoro. Le pratiche per risvegliare questa
memoria sono innumerevoli, e non ultima la nostra disciplina.
Fino allinizio di questo secolo, sebbene la maggior parte delle
persone svolgesse un faticoso lavoro fisico, aveva un ambito ristretto,
i ritmi erano più lenti, cerano poche fonti di distrazione
e quindi se una persona era portata allintrospezione, aveva modo
di concentrarsi sulloggetto della sua ricerca interiore. Attualmente
invece luomo, come le sue macchine, è diventato anchesso
multimediale, come lo ha definito Marilia Albanese; ovvero
agisce su più piani contemporaneamente. Oggi non è certamente
deplorevole essere impegnatissimi, non avere un attimo
di respiro; anzi, per molti è uno status-symbol di una apparente
modernità. Tutti noi sappiamo, senza tuttavia riuscire veramente
ad opporci, che questa eccessiva frammentazione non porta nulla di veramente
buono, e certamente non arricchisce lo spirito. Se lobbiettivo dello
yoga è calmare i vortici della mente, la vita contemporanea
ci indirizza su una strada sostanzialmente opposta. Sta a noi trovare
lequilibrio tra attività e contemplazione; una pratica costante
di yama e niyama ci mantiene inoltre in unattenzione sottile su
quella che noi normalmente consideriamo la realtà; ci aiuta pertanto
a essere anche spettatori della rappresentazione di cui siamo attori;
restando in questo piano leggermente superiore a quello in cui noi siamo
abituati ad agire, possiamo essere più distaccati, e considerare
la nostra vita frenetica con una certa distanza, restandone meno coinvolti
dal piano emotivo e spirituale.
Mi accorgo spesso di contrapporre la cultura occidentale con quella dello
yoga: questa tendenza è riduttiva, infatti, come ho già
accennato altrove, anche nella nostra cultura tradizionale cristiana esistono
valori analoghi: semplicemente oggi li abbiamo scordati, ovvero li abbiamo
davanti agli occhi ma siamo ciechi. Semplicemente scavando nella nostra
tradizione di qualche decennio fa, quando le condizioni di vita avverse
rendevano le persone più disponibili verso gli altri e meno attaccate
al benessere personale, potremmo ritrovare la strada dimenticata.
In questo senso, forse si riesce a superare la dicotomia oriente-occidente,
cristianesimo-induismo. Tutti noi, ed io per primo, siamo portati a confrontare
le varie tradizioni, come trattato nel terzo paragrafo. Però, oltre
un certo limite, questo confronto diventa sterile. Se vogliamo veramente
cambiare la nostra situazione spirituale, abbiamo due alternative: restare
nel mondo, o ritirarci in qualche convento e dedicarci alla contemplazione.
Alcuni hanno intrapreso questa seconda, difficile via. Dei molti occidentali
che sinceramente sono andati in Oriente ed hanno intrapreso quel percorso,
pochi hanno trovato la vera via che conduce alla liberazione: per esempio,
un tibetano è fin dalla nascita abituato ai rigori del freddo,
ad una vita senza comodità, in cui tutto si riduce allessenziale.
Unoccidentale, che intraprende questo percorso, si trova a dover
affrontare anche queste difficoltà, oltre allo shock culturale.
Perciò le sue energie in parte considerevole vanno utilizzate per
raggiungere uno stato che per ogni bimbo tibetano è già
connaturato. Inoltre, se noi siamo nati in Occidente, questo avrà
un senso, relativamente alla legge del karma. La Baghavat-gita incessantemente
ammonisce ad agire disinteressatamente, o se questo è troppo difficile,
offrire lazione al Supremo: questo è un sistema infallibile
che induce distacco e serenità interiore. Yama e niyama possono
avere un effetto simile. Se noi continuiamo ad agire come il solito, cercando
comunque di evitare le occupazioni palesemente inutili, le pratiche di
astensione-obblighi, ci obbligano a mantenere sempre un controllo vigile
su noi stessi: mentre agiamo (nella realtà ordinaria), la coscienza
rimane sempre vigile per vagliare le nostre azioni (diventando un sistema
di controllo della realtà): sperimenteremo un duplice stato, come
se vedessimo la scena da due angolazioni diverse, la prima usuale, la
seconda con una prospettiva più ampia, agenti e osservatori neutrali
allo stesso tempo. Il giudizio su noi stessi diverrebbe maggiormente acuto
ed imparziale, distaccandoci progressivamente dalla meschinità
dellazione interessata.
Bibliografia
Anonimo Bhagavad Gita
Anonimo Lo yoga rivelato da Shiva
Cella G. Yoga
Coccioli C. Buddha e il suo glorioso mondo
Davies P. La Superforza
Fromm. E. Avere o essere
Hawking S. Dal Big Bang ai buchi neri
Iyengar B. K. S. Teoria e pratica dello Yoga
Patanjali Sutra sullo Yoga
Schopenhauer A. Il mondo come volontà e come rappresentazione
Schuré E. I grandi iniziati
Svatmarama La lucerna dello Hata Yoga
Taimni I. K. La scienza dello Yoga
Vari Il Vangelo
Varenne J. Le Upanishad dello Yoga
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