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LE RADICI DEL PENSIERO FILOSOFICO
Michel Hulin
I SISTEMI FILOSOFICI DELL'INDIA
NYAYA - VAISESIKA
DOMANDA: Ci resta da esaminare la terza
coppia: nyaya e vaisesika.
"Nyaya" e "vaisesika" è la coppia forse
più vicina a certi sviluppi della filosofia occidentale, sia
greca che moderna, ma anche quella meno seducente ai nostri occhi
di Europei. Almeno tre dei sistemi di cui abbiamo parlato sin qui,
il "vedanta", il "samkhya" e lo "yoga",
si presentano essenzialmente come soteriologie, dottrine nelle quali
le pratiche intellettuali non hanno altro scopo che di sormontare
la sofferenza e interrompere la trasmigrazione.
Al contrario questa preoccupazione soteriologica, senza essere del
tutto assente, è tuttavia alquanto esteriore e tardiva negli
ultimi "darsana" di cui parleremo: il "nyaya"
e il "vaisesika". Tratteggiamo concisamente entrambi.
Il "nyaya" etimologicamente è l'arte di dirigere
il proprio pensiero, Il "nyaya" è quindi innanzi
tutto una logica, che assai presto nel corso del tempo si è
ampliata in una epistemologia e anche in una psicologia. L'essenziale
delle ricerche del "nyaya" verte sulla teoria della dimostrazione.
Il "nyaya" da una parte si colloca nel classico quadro dei
"pramana", dei mezzi della retta conoscenza, di cui abbiamo
già parlato a proposito della "mimamsa". Quindi ha
elaborato una teoria della percezione, ma in questo campo non è
affatto originale: ha messo soprattutto l'accento sul procedimento
chiamato "anumana" e che si traduce con "inferenza"
o ragionamento inferenziale.
Il "nyaya" si è sforzato di codificare, di formalizzare
l'"anumana". Di che si tratta? Si può dire che per
quasi tutti i "darsana" classici, per quasi tutte le teorie
classiche della conoscenza, nell'India brahmanica, in materia profana,
cioè quando si tratta della conoscenza del mondo sensibile,
la percezione costituisce veramente la base, il fondamento, e tutti
riconoscono il primato della percezione. Nondimeno bisogna riconoscere
che la percezione ci vincola al presente. La percezione non conduce
a ciò che esisteva prima di noi e a ciò che esisterà
dopo di noi e l' "anumana" in fondo è intesa come
una specie di estensione sistematica della percezione, a sfere di
esperienza sulle quali la percezione diretta non ha presa.
L'esempio classico sul quale il "nyaya" ha ricamato lungamente
nel corso dei secoli e che ha sempre più affinato è
il famoso esempio del fumo e del fuoco. Si dimostra che una montagna
o una collina può essere o è attualmente preda di un
incendio, perché da quella montagna o da quella collina vediamo
alzarsi del fumo.
Su questa base il "nyaya" edifica una struttura logica in
cui mira a formalizzare gli elementi del ragionamento. Il "nyana"
definisce la cosa da provare, la proprietà da provare, la cosa
di cui si vuole provare qualcosa e la ragione che è il motore
della prova e che è chiamata "hetu", e si addentra
in problemi assai delicati di implicazione tra ciò che è
da provare e ciò che serve da prova.
Per esempio il motore della prova è nel fatto che ogni volta
che c'è fumo deve esserci anche fuoco o in altri termini che
l'elemento del fumo è in un certo senso compreso sempre nell'elemento
del fuoco. Quindi siamo di fronte a un movimento a cinque tempi, che
è stato spesso paragonato al sillogismo aristotelico o scolastico.
C'è nondimeno un elemento molto importante che non bisogna
perdere di vista: il radicamento dell' "anumana" nella percezione.
Per gli indiani, almeno per i "naiyayika", nei primi secoli
di sviluppo della dottrina, la relazione di inerenza tra lo "hetu"
e il "sadhya", cioè tra ciò che serve a provare
qualcosa e la qualità da provare, non deve essere considerata
da un punto di vista puramente logico, in termini di estensione, come
implicazione di un termine minore in un termine maggiore, ma vista
piuttosto come il risultato di un'esperienza.
In altre parole non si tratta di partire da premesse che sarebbero
a loro volta logicamente dimostrabili, perché generalmente
le premesse sono fornite in ultima istanza dall'induzione. E' la ripetizione
senza eccezione di casi simili, la compresenza per così dire
dell'elemento "fuoco" e dell'elemento "fumo" in
determinate circostanze, e la loro coassenza, la loro assenza congiunta
in altre, che porta in definitiva ad affermare il legame che li unisce.
Ma è sempre sospesa su un procedimento del genere una spada
di Damocle, perché non possiamo mai essere del tutto sicuri
che la nostra induzione sia stata completa. E soltanto più
tardi, nel quadro di un dialogo coi logici buddhisti, che i "naiyayika"
hanno progredito verso una vera teoria dell'implicazione logica, propriamente
detta, verso una teoria degli universali, ma per molto tempo sono
restati allo stadio che sto descrivendo.
Naturalmente il "nyaya" non si riduce a questo. Il "nyaya"
è anche una psicologia, una teoria dell'"atman",
un'applicazione abbastanza singolare per noi dell' "anumana"
di cui ho parlato, alla dimostrazione dell' "atman". Mentre
nel "vedanta" questa dimostrazione, come ho detto, precede
l'uso dei "pramana", perché li precede in linea di
principio e in qualche modo li illumina - bisogna che il soggetto
sia dato, perchè i "pramana" siano sviluppati dal
soggetto - il "nyaya" non si inoltra su questa via e crede
di poter dimostrare l' "atman" allo stesso titolo di qualsiasi
altra realtà del mondo. Quindi parte anch'esso dai segni della
presenza dell' "atman", utilizza degli "hetu":
la memoria, il fatto, la coerenza del comportamento, eccetera, che
non si possono spiegare se non con la presenza dell' "atman".
Anzi, il "nyaya" classico accorda un'importanza preminente
alla dimostrazione di un "Isvara" o "Signore"
che regge l'universo e fabbrica delle prove, che assomigliano a quelle
che saranno chiamate, nella nostra tarda scolastica, prova cosmologica
o "a contingentia mundi" e prova fisico teologica, mediante
le cause finali. Ci sarebbero molti accostamenti da fare sotto questo
punto di vista.
Un ultimo punto forse è da segnalare per quel che riguarda
il "nyaya". Il "nyaya" classico, a cominciare
dal XIII o dal XIV secolo, si è in qualche modo rinnovato.
Ha abbandonato cioè i suoi aspetti etici, metafisici o religiosi,
ed è diventato una tecnica estremamente raffinata e specialistica,
ha raggiunto un grado di formalismo assai spinto, chiamato "navyanyaya",
letteralmente "nuovo nyaya", che in quanto tale è
servito poi da veicolo e si potrebbe dire da gergo comune a tutte
le altre scuole brahmaniche, indipendentemente dal suo sviluppo proprio.
DOMANDA: E cos ci può dire riguardo al vaisesika?
Il "vaisesika", letteralmente, è la dottrina che
verte sui "visesa", cioè sui caratteri distintivi
delle cose concrete, che incontriamo nell'esperienza. Evidentemente
è anche in un certo senso il gemello del "nyaya",
come lo "yoga" era il gemello del "samkhya". Non
c'è differenza profonda tra i due sistemi. Mentre il "nyaya"
mette l'accento soprattutto sulla teoria del ragionamento, sulle sue
condizioni di validità, il "vaisesika" si concentra
prioritariamente sull'analisi o sull'enumerazione delle categorie
ontologiche. E' chiaro che in ciò segue le analisi che i grammatici
indiani, Panini e altri, hanno proposto già da parecchi secoli,
cioè la ripartizione dei significanti in sostantivi, aggettivi,
verbi, eccetera.
Il "vaisesika" traspone tutto ciò sul piano filosofico,
distinguendo le sostanze, analoghe dei sostantivi, le qualità
o gli attributi, ciò che può essere attribuito - gli
aggettivi - , le azioni, ciò che è indicato dai verbi,
ai quali aggiunge i "tratti universali" o "samanya",
tratti comuni a cose diverse, i "tratti particolari", che
permettono di cogliere la singola sostanza e infine l'inerenza, il
"samavaya", la presenza di un'entità in un'altra.
Certo ognuna di queste categorie è suddivisa in parecchi e
svariati modi.
Su questo punto però vorrei fare un'osservazione. In un certo
modo la dottrina delle categorie del "vaisesika" non può
non evocare per noi le dottrine delle categorie aristotelica e scolastica.
Ci sono tra quella e queste parallelismi evidenti. La differenza più
importante forse potrebbe essere questa: in Aristotele le categorie
sono veramente dell'ordine del leghein, cioè del discorso umano.
Sono i modi ai quali ci troviamo necessariamente vincolati, quando
vogliamo abbordare il reale, pensare il reale, e soprattutto dire
il reale. Aristotele non proietta immediatamente le categorie, non
realizza per così dire le categorie nell'esteriorità,
non attribuisce loro un'esistenza autonoma, a fianco alle cose che
esse servono a categorizzare.
Sembra che non sia questo il procedimento del "vaisesika".
Il "vaisesika" sembra professare consapevolmente o no, come
il "nyaya" del resto, un realismo profondo e credere a una
specie di esistenza in sè della sostanza, della qualità,
dell'inerenza, eccetera, sullo stesso piano delle entità che
quelle categorie servono a classificare. E' un fatto credo che merita
di essere notato, anche se non esaurisce l'ontologia del "vaisesika".
Noi possiamo, sia pure in modo singolare, continuare il parallelo
con Aristotele: praticamente il "vaisesika" è la
sola scuola, nell'India antica, che ha prolungato la sua teoria delle
categorie del reale, con una fisica a priori dello stesso tipo di
quella che troviamo in Aristotele, cioè una teoria del tempo,
del luogo, dello spazio, del movimento, interamente deduttiva e del
tutto estranea ad ogni forma di esperienza. Tuttavia ciò che
è più notevole nel "vaisesika" è la
forma che dà un certo modo di intendere la realtà sensibile
esterna, la materia, largamente diffuso in India, ma che trova qui
la sua più precisa formulazione e cioè la teoria atomistica,
la teoria che considera tutta la materia esterna composta di atomi,
nella fraseologia del "vaisesika" di "parama anu".
"Anu" vuol dire "minimo", estremamente sottile,
"parama" significa "ultimo": quindi gli "estremi
della piccolezza".
Si potrebbe fare anche un parallelo con l'atomismo greco. E' certo
che "parama anu" è qualcosa di indivisibile, che
non può essere ulteriormente scomposto e tuttavia deve avere
una certa estensione nello spazio, in mancanza della quale la combinazione
di entità prive di volume, prive di dimensioni, non produrrebbe
in alcun modo delle entità macroscopiche. C'è tuttavia
una grande differenza: mentre Democrito per esempio ammette atomi
di una sola specie e pensa alla formazione dei vari generi di materia
e di corpi, come risultato delle differenti combinazioni tra gli atomi,
il "vaisesika" in sostanza non si spinge così lontano
e ammette che esistono atomi di acqua, di terra, di aria e di fuoco.
All'interno di ciascuno di questi quattro grandi gruppi, di questi
quattro grandi ordini di materia, l'organizzazione della materia è
spiegata un po' allo stesso modo, per formazione di composti binari.
Quei composti poi si associano a due a due, formando delle terne,
eccetera, fino a raggiungere un primo livello di visibilità
della materia, il "trasarenu", letteralmente il pulviscolo
che si intravede in un raggio di sole. A questo punto si è
passati dal livello atomico a quello macroscopico, alla sfera del
visibile. C'è dunque tutta una fisica del "vaisesika"
abbastanza notevole, della quale ho potuto dare qui solo qualche cenno.
Per finire credo che si possa mettere in luce l'importante contributo
del "vaisesika" alla teoria delle funzioni mentali e soprattutto
alla teoria dell'attenzione e della percezione sensibile. Ho detto
prima che era una teoria delle sostanze e che era anche una teoria
atomistica. Ora, ne esiste una applicazione alquanto singolare al
rapporto tra l'"atman" - che il "vaisesika" riconosce
al pari del "nyaya", - e tutte le strutture mentali che
gli servono a entrare in rapporto con il mondo esterno, in particolare
il "manas", quella specie di senso comune, di coordinatore
dell'attività dei sensi, che sia il "samkhya" che
lo "yoga", sia il "nyaya" che il "vaisesika"
ammettono. E la particolarità del "vaisesika" è
di affermare che la struttura del "manas" è atomica.
Perché una determinata percezione abbia luogo, o anche un'immagine,
l'immagine di un particolare oggetto si formi, si deve stabilire una
congiunzione, grazie a una serie di contatti tra l'oggetto esterno,
l'organo di senso che serve a veicolare il messaggio verso il "manas",
il "manas" stesso e l' "atman".
In questa prospettiva in cui si suppone che il "manas" è
atomico, quindi estremamente piccolo ed estremamente mobile, il "vaisesika"
afferma che non possiamo porre attenzione a più di un oggetto
per volta, perché la congiunzione tra l'oggetto e l' "atman",
tramite il "manas", non può essere che una congiunzione
semplice, come se il "manas" fosse un cavo telefonico a
una sola pista, che può portare un solo messaggio alla volta.
Ne deriva tutta un'analisi della percezione, dell'attenzione, condotta
in questa prospettiva.
Ogni volta che abbiamo l'impressione di essere attenti a una serie
di oggetti presi per sé, per esempio quando guardo davanti
a me e vedo persone e cose o concentro l'attenzione su quello che
dico, per il "vaisesika" si tratta più propriamente
di un andirivieni rapidissimo del mio "manas", che un momento
si fissa su un dato visivo, il momento dopo su un dato auditivo e
dopo ancora su una traccia recata dalla memoria. Il paradigma, l'esempio
che si porta per far capire questa situazione, è quello delle
cento foglie di loto, strette insieme e trapassate da un sol colpo
di spillo. E' evidente che lo spillo traversa successivamenmte ognuna
delle cento foglie, ma il colpo è così istantaneo, che
per il senso esterno è un solo e stesso atto.
Questo è solo un esempio della sottigliezza cui perviene il
"vaisesika", quando prolunga la sua fisica, la sua psico-fisiologia,
nell'analisi delle funzioni mentali. In altri campi la sua originalità
è assai relativa. Come il "nyaya" anch'esso dimostra
l' "atman" mediante l' "anumana" o "inferenza",
e ugualmente mediante l' "inferenza" dimostra l'esistenza
di un "Signore", creatore e reggitore dell'Universo; ma
in ciò che concerne la sua teoria della liberazione, come il
"nyaya" è assai povero, è assai limitato.
A differenza che nel "vedanta", dove l' "atman"
possiede fondamentalmente delle qualità positive, come la luminosità,
l'onnipotenza, la beatitudine, eccetera, nel "vaisesika"
e nel "nyaya" l' "atman" per sé ha bisogno
di entrare in contatto con i sensi, di entrare in contatto col mondo
esterno tramite i sensi, per conoscere o provare qualsiasi cosa, sicché
il modo di intendere la liberazione che ne consegue è del tutto
negativo. La liberazione è intesa come fine della trasmigrazione,
come fine dell'unione con un corpo e conseguente ripiegamento su di
sé di un "atman" che non è piu' veramente
cosciente, che lo è solo potenzialmente, ma lo diviene nella
forma di questa o quella esperienza particolare. Dunque per definizione
non ha più nulla da vedere, nulla da immaginare, nulla da pensare,
nulla da sentire, ed è inerte come una pietra. I testi dicono
letteralmente: "come una pietra".
Questa concezione prova che la preoccupazione per la liberazione non
è essenziale a questo modo di intendere, che è volto
piuttosto al mondo esterno e a dare una spiegazione plausibile dei
nostri conflitti col mondo esterno nell'ordine della conoscenza e
dell'azione.
DOMANDA: Siamo arrivati all'ultima domanda:
che significato hanno oggi i "darsana" per il pensiero occidentale
contemporaneo?
Si potrebbe pensare che i "darsana" siano superati, che
appartengano al passato, ma credo che le cose non stiano veramente
così. Si possono individuare diversi ordini di significato,
procedendo dal piano più esterno verso il più interno.
Se consideriamo lo stato attuale della filosofia, delle problematiche
filosofiche, risulta subito evidente per esempio che il fenomeno del
linguaggio, l'analisi del linguaggio è al centro delle sue
preoccupazioni.
Non soltanto lo strutturalismo, ma la filosofia analitica occidentale
e in qualche modo anche la fenomenologia tornano all'esigenza di determinare
il senso esatto delle parole, per cogliere la genesi del senso attraverso
la concatenazione delle parole, e di trovare il referente genuino
di una determinata enunciazione. È evidente che queste preoccupazioni
che sembrano assai recenti, che sono emerse negli ultimi venti o trenta
anni, forse negli ultimi quaranta, nel pensiero occidentale possono
trovare una specie di prefigurazione, di maturazione precoce nelle
speculazioni alle quali si sono dedicati i "darsana", in
particolare la "mimamsa", ma anche, a suo modo, il "nyaya"
e perfino il "vedanta", nella continuità dell'esegesi
vedica. E' lì che ci si è interrogati per la prima volta
sul rapporto tra significante e significato, che ci si è chiesti
se termini isolati possano avere per sé un significato o se
lo acquisiscano soltanto quando si trovano collegati nel contesto
di una frase.
E' di un interesse forse archeologico, ma certo non trascurabile,
l'anticipazione, presente in altre culture, di preoccupazioni che
nella nostra sono emerse a una data relativamente recente. E' evidente
inoltre che ciò che caratterizza la ricerca moderna nella maggior
parte delle correnti filosofiche contemporanee è - per via
di negazione - la rinuncia a far apparire la filosofia come produttrice
di - o come una promessa o un invito ad accedere a - un regime mentale
nuovo. In altri termini la filosofia come via alla saggezza, nonostante
il suo nome, è qualcosa cui la maggior parte delle correnti
attuali ha rinunciato.
La filosofia tende sempre più a considerarsi come una disciplina
specializzata e si trova poi in imbarazzo a dire in che cosa consiste
esattamente questa specializzazione, mentre per un altro verso è
ormai solo in casi eccezionali che si pensa come disciplina di vita,
come ricerca, per via di riflessione, di una forma di saggezza in
accordo col mondo.
Io credo che lo studio dei "darsana", e in generale delle
dottrine indiane, può richiamarci all'evidenza che le cose
non stanno necessariamente così. In altri termini noi cerchiamo
di colmare la lacuna che avvertiamo oggi - ovvero questa abdicazione
della filosofia, che mostra di non tendere più alla saggezza
- con il ricorso a istanze diverse, per esempio alla psicanalisi e
ai suoi derivati, o con il ricorso a maestri spirituali che ci vengono
da altre civiltà.
Lo studio della tradizione indiana classica sembra indicarci che quel
divorzio tra filosofia e saggezza non è obbligatorio e che
nel campo dei "darsana" c'è una continuità
armonica tra le preoccupazioni d'ordine epistemologico, gnoseologico,
tra la teoria del sapere, la teoria della scienza e le vere finalità
di quelle ricerche: non un comprendere, fine a se stesso, uno studio
delle funzioni mentali per se stesse, ma un comprendere la loro ragion
d'essere ultima, le condizioni di possibilità che permettono
allo spirito di accedere a uno stato diverso, in una parola a ciò
che tradizionalmente si chiama salvezza.
Credo che l'ambizione propria della filosofia, ancora forte al tempo
dei Greci, abbandonata a poco a poco nell'età moderna, e quasi
dimenticata oggi, può rinascere dallo studio dei "darsana",
non nella forma di una imitazione servile, ma nel contatto con la
tradizione viva che ce li trasmette.
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