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LE RADICI DEL PENSIERO FILOSOFICO
Michel Hulin
I SISTEMI FILOSOFICI DELL'INDIA
SAMKHYA - YOGA
DOMANDA: Si può adesso passare
alla seconda coppia composta dal Sàmkhya e dallo yoga. Ci può
parlare innanzi tutto del Sàmkhya?
Il termine Sàmkhya può essere
tradotto con "enumerazione". Enumerazione sistematica di
tutti i principi costitutivi del reale. Bisogna dire che il Sàmkhya
è un sistema filosofico classico, un darçana che è
stato anticipato fin nei particolari dalla speculazione protofilosofica
anteriore. Certe Upanishad, il Mahàbhàrata, la Bhagavad
Gìtà, d'altronde, contengono anch'esse molti elementi
del Sàmkhya. Nondimeno il Sàmkhya classico prende forma,
con una raccolta di stanze, "karika", attribuite ad un certo
Isvarakrisna, che datano dal IV secolo d.C. Il fondamento del sistema
Sàmkhya è questo: il Sàmkhya si presenta innanzi
tutto come un dualismo, cioè oppone due principi metafisici
irriducibili l'uno all'altro: l'uno chiamato "prakriti",
con un termine che vuol dire letteralmente "procreatrice"
e che abbiamo preso l'abitudine di rendere, nelle lingue europee,
con "natura", "natura creatrice", a volte "natura
naturans"; l'altro chiamato "purusa", termine che letteralmente
vuol dire "uomo", che designa un principio spirituale, presente
nell'uomo, ma anche negli altri esseri viventi e che si traduce, bene
o male, ora con "Spirito" (con la maiuscola) ora con "monade
spirituale" - ma in realtà non abbiamo un termine adeguato
per caratterizzare questo "purusa", perché è
appunto qualcosa che non ha un equivalente nel pensiero filosofico
europeo. Allora che cos'è la "prakriti"? Ebbene la
"prakriti" è intesa come una specie di sostanza materiale
universale, la stoffa di cui sono fatti e da cui si staccano, con
una sorta di sconnessione, non soltanto le realtà sostanziali
che costituiscono il mondo materiale esterno, ma anche tutto ciò
che, per esempio, costituisce la nostra realtà empirica di
esseri viventi, così com'è osservabile dall'esterno:
quindi non soltanto il nostro corpo visibile, esterno, ma altrettanto
i nostri sensi, e tutto ciò che ci costituisce come soggetti
viventi, attivi, che entrano in rapporto col mondo, che percepiscono,
memorizzano, riflettono, eccetera. Io credo che non si insisterà
mai troppo su questo punto. Se non fosse d'altro lato per la presenza
del "purusa", il Sàmkhya potrebbe passare per una
specie di materialismo, nel senso che mette sul conto della natura,
della produttività della natura, l'insieme dei fenomeni non
soltanto cosmici esterni, ma anche psicologici. In altri termini,
nel momento stesso in cui parlo e in cui tento di dare, bene o male,
una certa coerenza, un significato alle mie proposizioni, il Sàmkhya
analizza ciò che sta accadendo in me come un insieme di fenomeni,
di spostamenti di forze e di cariche in seno alla materia sottile
di cui sono internamente composto. Il segno di ciò appare anche
in un'altra dottrina abbastanza tipica del sistema Sàmkhya,
che è la dottrina dei "guna", cioè delle qualità
o degli attributi del reale. Il Sàmkhya afferma che tutto ciò
che appare nell'esperienza, appare sempre il risultato di una combinazione
o di un'altra, dei tre attributi fondamentali che esso distingue e
che sono - dico prima i termini in sanscrito - il "sattva",
il "rajas", il tamas. E' caratteristico che ognuno di questi
attributi costitutivi del reale, di questi modi, attribuibili a qualsivoglia
sostanza individuale, comportano tutta una gamma di significati, una
specie di ricchezza semantica, che va per noi dai significati pertinenti
soltanto alla sfera materiale, fino ai significati psicologici o quasi-spirituali.
Se prendiamo in considerazione il "sattva", si tratta di
un principio che nell'ordine della materia connota la luminosità,
per esempio la luminosità di una lampada, la luminosità
di un cielo chiaro, ma connota anche la leggerezza, il fatto, per
esempio, che il fumo si innalza nel cielo, eccetera; ma lo stesso
"sattva", su altri registri, connoterà degli stati
di euforia fisiologica, come quando ci sentiamo leggeri e niente ci
pesa; e a un livello più alto ancora, il "sattva"
connoterà una sorta di gioia interiore, una luminosità
della persona, una "bontà" (tra virgolette), degli
atti che possiamo compiere. Non bisogna vedere una contraddizione
in ciò, perchè il Sàmkhya, per quanto sembri
un dualismo, non lo è affatto nel senso cartesiano del termine,
e la sua "materia prima"è portatrice, attraverso
gli attributi, di un complesso di valori che si dispongono su tutti
questi registri. Quindi si potrebbe dire altrettanto dell'antitesi
del "sattva", che è il tamas, letteralmente l'"oscurità"
e le "tenebre". Si va dalla pesantezza della pietra che
poggia sul suolo, fino all'inerzia mentale, alla stupidità
e all'ebetudine di colui che, per un motivo o per un altro, è
lento o contraddittorio o confuso nel suo pensiero. E infine c'è
il "rajas". E' un principio intermedio tra il "sattva"
e il tamas, che ne riflette appunto l'opposizione essenziale. Il "rajas"
è un principio di instabilità, di tensione e perciò
stesso di sofferenza. La parola "sofferenza" ci permette
di arrivare nell'altro principio, del Sàmkhya e al tempo stesso
alla congiunzione dei due principi. Dunque abbiamo parlato fin qui
della "prakriti", della natura e del suo sviluppo, secondo
quelli che il Sàmkhya chiama i "tattva", principi
costitutivi del reale. Ci resta da parlare del suo antagonista, il
"purusa", il principio spirituale. Dato che tutto l'elemento
concreto, dinamico, significativo, nell'attività degli esseri
viventi e non viventi, è dal lato della "prakrti",
ne consegue che il Sàmkhya è necessariamente portato
a considerare il "purusa" come un essere perfettamente estraneo
ad ogni azione e ad ogni passione. In realtà il Sàmkhya
si rappresenta il "purusa" come una specie di specchio,
come una coscienza-testimone, come si dirà piu' tardi. Il "purusa"
è spettatore del dispiegarsi della natura al suo cospetto.
D'altronde la metafora dello spettatore e della danzatrice, che si
produce sulla scena, è usata proprio nelle "Samkhyakarika".
Se non ci fosse il "purusa", non si produrrebbe nulla, cioè
dal punto di vista del Sàmkhya quella danza della natura, quel
dispiegamento da parte della natura di ciò che è in
lei racchiuso, dei principi costitutivi del reale, non si produrrebbe.
Non si produce che nella misura in cui natura e spirito entrano in
congiunzione l'una con l'altro e il modello, il filo conduttore per
studiare quella congiunzione è naturalmente ciò che
noi chiamiamo l'unione dell'anima e del corpo. Si potrebbe anche dire
in un altro senso che il Sàmkhya è una filosofia integrale
che si costituisce riflettendo sul mistero dell'unione dell'anima
e del corpo. Dunque l'analisi che fa il Sàmkhya è grosso
modo questa: la congiunzione di due entità (quale che sia la
sua causa prossima) ha sempre la sua origine in quella famosa ignoranza
metafisica, in quel misconoscimento di sé, di cui ho parlato
prima, riguardo al vedanta e che si ritrova, "mutatis mutandis",
nel Sàmkhya. Dunque una volta ammesso quell'irrazionale, quel
presupposto, il Sàmkhya analizza la condizione umana, la condizione
dell'essere finito in generale, come il turbamento prodotto dall'unione
di due principi metafisici, che sono radicalmente distinti l'uno dall'altro.
Da una parte la "prakriti", dispiegandosi, procura, per
così dire, al "purusa" strumenti per esperire il
mondo, come i sensi eccetera, d'altra parte il "purusa"
dimentica la sua essenza, dimentica di essere una "monade spirituale",
chiusa in sé, autosufficiente, autoilluminantesi, come dirà
piu' tardi anche il vedanta, crede che qualcosa gli manchi, si mostra
come un essere di desiderio, come un essere volto verso il mondo,
in breve si identifica con i modi della materia a cui si trova unito.
Per riassumere in modo schematico, si identifica con l'organismo fisiologico
e in particolare con quelle entità materiali, lo ripeto, ma
certamente sottili e quasi indiscernibili, che il Sàmkhya chiama
"manas", senso comune, e "buddhi", intelletto.
In altri termini il "purusa" si trasforma in agente, in
autore di atti, e si trasforma altrettanto in soggetto dell'esperienza
affettiva. Diventa attivo, spera, crede, compie delle imprese nel
mondo e subisce su di sé le conseguenze degli eventi del mondo.
Il Sàmkhya riassume questa analisi dicendo che la nostra è
essenzialmente un'esperienza del turbamento, della predominanza del
"rajas", dunque della sofferenza. Perciò si può
supporre che abbia subito all'origine un'influenza buddhista. Detto
questo, è tracciata la via. Una volta fatta la diagnosi che
tutta la nostra infelicità, la trasmigrazione, è causata
dal fatto che entriamo in confusione con ciò che non siamo,
il metodo del Sàmkhya consisterà in una riflessione
che permetta al "purusa" di riprendere coscienza di ciò
che è, della sua natura fondamentale e l'esperienza cruciale
per lui è la "viveka", cioè la discriminazione
da lui operata. In altri termini la sua relazione con la natura finisce
con un ultimo percorso mentale, un ultimo esercizio delle sue funzioni
mentali, al termine del quale quella relazione viene resa impossibile.
Il "purusa" recupera la sua autonomia essenziale e la dottrina
chiamerà questo stata "kaivalya", isolamento spirituale.
Il "purusa" resta per sempre ripiegato su di sé,
chiuso in sé. Ci sono qui delle evidenti analogie con il percorso
del vedanta, benché nel Sàmkhya l'osservanza del Veda
sia assai meno netta. Una differenza importante che si può
notare di passaggio quando si descrive il "purusa" liberato,
in opposizione all' àtman liberato del vedanta, è che
mentre per il vedanta l' àtman è fondamentalmente uno
e la sua percezione di sé, come di uno tra molti, come di uno
spirito individuale, tra una moltitudine di spiriti simili, fa parte
anch'essa dell'illusione, per il Sàmkhya al contrario la dispersione
dei "purusa", l'infinita molteplicità dei "purusa"
è una realtà metafisica insormontabile. In altri termini
c'è una sola natura, una sola "prakriti" e poi una
infinità di "purusa" che, abitualmente, entrano in
contatto con essa, si confondono con essa, ma di cui, almeno alcuni,
riescono a trovare in qualche modo un varco, l'uscita fuori del "samsara",
fuori della trasmigrazione, svincolandosi dalla natura. Dunque anche
nella liberazione i "purusa" resteranno ciascuno per sé
e evidentemente ciò che può fare difficoltà in
questo sistema è che non si sa più bene che cosa ne
è della loro distinzione reciproca, dato che la loro essenza
è assolutamente comune. Questo è quello che si può
dire
DOMANDA: Professor Hulin, che cos'è
lo "yoga"?
Vedrei lo "yoga" come un sistema gemello del "samkhya"
o come complementare. E' certo in ogni caso che parecchie nozioni
cardinali in cui si articola il "samkhya", sono ammesse
anche dallo "yoga": il purusa, la prakriti, i guna, eccetera.
Si può dire che in un certo modo la metafisica del "samkhya"
è alla base di quella dello "yoga". Allora perché
un altro sistema? Probabilmente perchè il "samkhya"
è restato sempre una operazione essenzialmente intellettualistica
e teorica e forse non era in possesso dei mezzi necessari per guidare
i suoi adepti verso il fine che indicava loro, cioè la disgiunzione
del "purusa" dalla natura e il conseguimento dello stato
di isolamento spirituale o "kaivalya".
Questo avviene perché il "samkhya" fondava tutto
sulla conoscenza della dottrina, l'enumerazione dei principi, la realizzazione
soltanto intellettuale, visto che per sua stessa essenza il "purusa"
non poteva avere niente in comune con la natura. Evidentemente c'è
una distanza notevole tra l'assimilazione intellettuale di una dogmatica
di quel genere e l'applicazione del principio della disgiunzione nel
concreto, nella serietà e nello spessore dell'esistenza. Ogni
sorta di ostacoli si oppongono a una tale presa di coscienza.
Si può dire che lo "yoga", o almeno il sistema classico
dello "yoga", come ci è trasmesso dai "sutra"
di Patanjali, risponde a questo bisogno, che il "samkhya"
non poteva soddisfare.
Un segno evidente ne è la modificazione - o piuttosto l'arricchimento
- che lo "yoga" apporta alla teoria delle funzioni mentali
e delle attività psichiche elaborata dal "samkhya".
In altre parole, a fianco a quelle riconosciute dal "samkhya",
come il "manas", la funzione dell'io, l'intelletto, eccetera,
lo "yoga" fa posto alla citta, termine che si traduce generalmente,
più o meno bene, con attività psichica
Forse quest'espressione non vuol dire molto, ma la sua funzione si
chiarirà dicendo che la "citta" serve essenzialmente
allo "yoga" per integrare un aspetto dell'esperienza, che
il "samkhya" certo non ignorava, ma al quale non riservava
una trattazione particolare. Penso a quell'aspetto dell'esperienza
per cui, secondo le dottrine indiane, tutto ciò che noi produciamo
in fatto di pensieri, progetti, fantasie e naturalmente i nostri atti
stessi, ci modificano a loro volta per una specie di contraccolpo.
In altri termini ci troviamo davanti al postulato indiano per cui
non si pensa e non si agisce mai impunemente, ma si resta marcati,
durevolmente impregnati dai significati e dalle intenzioni che abbiamo
riposto nelle nostre azioni.
L'assunzione del "citta" da parte dello "yoga"
corrisponde appunto alla preoccupazione di trovare qualcosa in cui
scrivere l'impatto dell'esperienza, l'impatto degli atti e soprattutto
qualcosa in cui iscrivere la dinamica ulteriore degli atti. Bisognerebbe
introdurre qui alcune nozioni classiche dello "yoga" e di
altri sistemi del brahmanesimo, che si chiamano "samskara"
e "vasana", cioè le tracce residue, le formazioni
residue, lasciate dagli atti anteriori, comprese non tanto come tracce,
come residui passivi, ma soprattutto come residui, come tracce attive,
propensioni e abitudini, appena abbozzate, pieghe prese, per così
dire, dalla psiche, che contengono la promessa di azioni future, che
andranno nello stesso senso e che lo "yoga" sistematizzerà
sotto il nome di "klesa".
Ciò vuol dire che, non contentandosi della nozione troppo generale
di ignoranza di sé, di "avidya" o ignoranza metafisica,
come il "samkhya" classico, lo "yoga" precisa,
arricchisce la nozione di "avidya", mostrando le sue specificazioni
sotto forma di attaccamenti, di attaccamenti passionali, che portiamo
con noi attraverso l'esperienza, e attraverso le nostre esistenze
successive. Tendenze, passioni, "afflizioni", come vengono
anche chiamate, hanno la funzione di attaccarci con sempre maggior
forza alla "prakriti".
Quindi lo "yoga" pensa che non è possibile accontentarsi
di distinzioni meramente intellettuali, che il luogo, il livello in
cui i "samskara" sono iscritti è tale che le semplici
distinzioni intellettuali non possono coglierli. Siamo cioè
in una situazione in cui, mentre vediamo il meglio, siamo necessitati
a scegliere il peggio. Lo "yoga", individuando la nozione
di "citta", si propone di intervenire al livello che gli
è proprio, in modo che la verità essenziale che condivide
con il "samkhya" e cioè il principio della discriminazione
tra "purusa" e "prakriti", come chiave della liberazione,
che, secondo lo "yoga", restava nel "samkhya"
un programma meramente teorico, diventa adesso raggiungibile in questa
vita. Ne deriva la definizione che dà di se stesso fin dall'inizio
degli aforismi di Patanjali: "yogacittavrttinirodha".
Che cos'è lo "yoga"? E' la fine, è l'arresto
delle "vrtti", cioè dei movimenti incontrollati,
emozionali, passionali del "citta", cioè dell'attività
psichica. In un certo senso lo "yoga" è uno sforzo
per immobilizzare, per neutralizzare l'attività psichica, perché
in essa vede la radice di ogni resistenza, delle più profonde
resistenze inconsce, all'attuazione, alla messa in opera delle verità
metafisiche, mantenute dal "samkhya" su un piano puramente
intellettuale.
DOMANDA: Quali sono le conseguenze pratiche
della via yogica?
Si è ricondotti al programma proposto da Patanjali. Si tratta
di un itinerario spirituale composto di otto "anga" o "tappe".
Ciò che il "samkhya" in principio considera da lontano
mediante la semplice discriminazione, sarà conseguito nella
prospettiva yoghica progressivamente, con un avvicinamento graduale,
attraverso un percorso, segnato in anticipo, che è quello degli
otto "membri" o "tappe" dello "yoga".
Possiamo passare rapidamente in rassegna queste "tappe".
Le prime due che si chiamano yama e niyama sono in qualche modo preparatorie
alla via propriamente detta, sono cioè delle costrizioni, delle
discipline, le une più di carattere sociale, le altre riguardanti
l'individuo, che comportano un minimo di controllo di sé, un
minimo di disciplina, un minimo di purezza, condizioni necessarie,
benché evidentemente non sufficienti per qualificarsi a percorrere
la via yogihca. Lo "yoga" propriamente detto comincia con
la terza "tappa", ben nota in Occidente, degli asana o "posture",
posture particolari alle quali il corpo deve essere piegato.
Devo dire a questo proposito che nello "yoga" classico di
Patanjali, il solo di cui parleremo, e che è l'autentico complemento
del "samkhya", gli "asana" o "posture",
pur essendo indispensabili, non hanno lo stesso ruolo che in altre
forme ulteriori di "yoga", come quella che si chiama "hathayoga".
Patanjali si limita a raccomandare un certo numero di "posture"
semplici, "posture" di meditazione diverse dalle posture
acrobatiche, miranti a sucitare energie nel corpo e che aprono una
via diversa da quella di cui ci occupiamo qui.
Bisogna dunque cominciare dall'inizio, bisogna cominciare con l'individuare
l'agitazione della "vritti", sorprenderla nelle sue espressioni
piu' grossolane, più immediatamente controllabili, le varie
contratture in cui si irrigidisce il corpo all'insaputa dell'individuo,
e che in quanto tali già esprimono quei famosi "klesa"
o "afflizioni", che costituiscono l'ostacolo piu' arduo.
La terza tappa è dunque quella degli "asana". Viene
in seguito qualcosa che è abbastanza noto, sotto il nome di
pranayama, cioè il controllo del respiro, il prolungamento
della ritenzione del respiro, sia nella fase espiratoria che in quella
inspiratoria, il prolungamento del ciclo respiratorio nel suo complesso.
Aanche questi esercizi non hanno il loro scopo in se stessi. Il loro
scopo non si esaurisce affatto nel loro effetto fisiologico, innegabile,
ma è al tempo stesso simbolico.
E' stato osservato che lo "yoga" capitalizza, in queste
tecniche, secoli di osservazioni compiute dagli asceti dell'India
antica, secondo le quali il turbamento interiore si traduce non soltanto
nelle contratture del corpo a cui accennavo prima, ma anche nel carattere
relativamente rapido e soprattutto superficiale della respirazione.
D'altro canto si è compreso assai presto che l'amplificazione
del ritmo respiratorio, la sua regolarizzazione aveva un'influenza
positiva sul corso dei pensieri, e che il caos mentale ha qualche
opportunità di diminuire, dal momento che certe sue espressioni
somatiche vengono sospese. Al di là del "pranayama",
che costituisce la quarta tappa, si trovano tecniche più specificamente
yoghiche, tali che è difficile affrontarle senza un istruttore
qualificato, sicché la loro diffusione in Occidente è
assai più difficile che per le altre già citate.
Troviamo in primo luogo il pratyahara, cioè il metodo che consiste
nell'allenare i sensi al distacco sistematico dagli oggetti, per fare
ritorno in qualche modo sul soggetto. Si tratta di un complesso di
pratiche, miranti a permettere al soggetto di "togliere la corrente",
come si dice volgarmente, per non essere "bombardato" dalla
massa incontrollata dei messaggi, che in circostanze ordinarie gli
arrivano continuamente dal mondo sensibile. Si può procedere
selezionando questo o quel senso, la vista, l'udito, il tatto, eccetera.
Si possono alternare i sensi su cui questo esercizio viene praticato,
ma in ogni caso si tratta veramente di uno sforzo per sostituire,
in definitiva, all'osservazione esteriore o estrovertita, un'osservazione
e un'attenzione rivolta verso l'interno, verso ciò che avviene
nel soggetto, verso i suoi ritmi biologici e fisiologici. Per esempio
è evidente che il passaggio dalla regolazione del respiro al
"pratyahara" non è affatto arbitrario. L'attenzione
diretta sul meccanismo del respiro si presenta in un certo modo come
qualcosa che può sostituire, almeno per un po', la percezione
volta all'esterno.
Da questo momento si può avanzare verso i tre ultimi stadi
dello "yoga" classico, che prendono anche una denominazione
comune generica, che non è il caso di riferire qui. Questi
stadi sono dunque: il sesto che si chiama dharana, sforzo di fissare
l'attenzione su un oggetto qualsiasi. Qui si dà un'infinita
gamma di possibilità. Può essere un oggetto fisico qualunque,
una foglia per esempio o la fiamma di una candela, o un'immagine divina
che si contempla nella sua totalità o di cui si sceglie, mediante
l'attenzione, questo o quell'attributo. Si tratta quindi di focalizzare
l'attenzione sempre sullo stesso oggetto, allo scopo di evitare la
dispersione della concentrazione percettiva e soprattutto la dispersione
mentale, legata alla varietà degli oggetti, sui quali possiamo
lasciare errare il nostro sguardo e che hanno tutti per noi un significato
affettivo. Dunque "dharana" è uno sforzo per fissare
certi contenuti sensibili, che poi in determinate circostanze potranno
divenire più astratti, attraverso la simbolizzazione. Per esempio
la famosa sillaba "om" che in un certo senso potrebbe riassumere
i dogmi fondamentali dell'induismo, può costituire certo un
oggetto privilegiato di concentrazione.
Il famoso "mantra", "So Ham", "io sono quello"
eccetera, può essere usato anch'esso in questa prospettiva.
Delle due ultime tappe di cui è difficile parlare, perché
sono veramente esoteriche, perché il linguaggio comunque troppo
legato alla percezione sensibile esterna, non è adatto a renderle,
l'una va sotto il nome di dhyana, "meditazione continua".
A un dato momento bisogna trattenere un contenuto sul quale prima
si è fissata l'attenzione, senza essere piu' asserviti a un
uso, sia pur minimo, dei sensi, che era la regola nello stadio precedente.
Si tratta sempre di concentrazione, ma di una concentrazione puramente
interiore, una concentrazione mentale, "dhyana", che generalmente
è tradotta con "meditazione continua". Si tiene fermo
a un oggetto. Naturalmente si tratter&a
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