
1) Yoga e Occidente
«Dove stiamo andando? Sempre a casa».
Novalis, Aforismi
Nel secolo scorso e fino alla metà di quello attuale, coloro che
si occupavano di filosofie orientali e specificatamente di Yoga erano
molto pochi e di estrazione piuttosto omogenea: filosofi, alcuni missionari
(soprattutto di sette protestanti) aperti e sensibili che entrati in contatto
con le realtà orientali ne rimasero affascinati; studiosi desiderosi
di rispondere agli interrogativi più profondi e angosciosi della
natura umana, spesso delusi dalle teorie e dai metodi che le nostre religioni,
scienze e filosofie mettevano a loro disposizione.
Per la maggior parte di costoro avvicinarsi allo Yoga non fu un fatto
fortuito e casuale, ma una scelta volontaria e coraggiosa che spesso li
pose per la loro reale o presunta stranezza, ai margini della società
in cui vissero.
Questo atteggiamento attivo, frutto di volontà deliberata (fino
a qualche decennio fa i viaggi non erano così facili e sicuri come
oggi; i pregiudizi verso tecniche definite esotiche e strane erano molto
forti; alcuni dei testi fondamentali erano accessibili solo in sanscrito)
portò a risultati rilevanti, almeno dal punto di vista teorico,
specialmente in Germania, in cui la tradizione mistica spesso si avvicinò
alle concezioni dell'Induismo.
Basti ricordare F. Mayer, orientalista che stimolò A. Schopenhauer
allo studio della filosofia indiana, che pervase profondamente tutto il
suo sistema di pensiero ed ebbe la sua piena manifestazione nella sua
opera più nota, "Il mondo come volontà e come rappresentazione".
In Francia, nel 1889, E. Schurè, noto orientalista, pubblicò
"I grandi iniziati", in cui tracciò la storia dei fondatori
dei «misteri»,tra i quali Rama e Krishna, collegandone gli
insegnamenti in modo suggestivo, tale da far emergere un unico grande
disegno, una religione «universale».
In Italia, il nostro poeta Giacomo Leopardi, sviluppò una visione
negativa della natura, chiamandola matrigna, cioè
malevola. Per molti versi le sue concezioni rispecchiavano quelle del
suo contemporaneo Schopenhauer, col quale aveva notevoli affinità
di vedute. Il poeta disse che la lettura delle Upanisad fu una delle poche
consolazioni della sua vita.
Tra le due guerre vi fu, nuovamente in Germania, un rinascere dell'amore
per questi studi, un pullulare di società teosofiche ad essi ispirati,
e il rappresentante più noto di questi studiosi e scrittori fu
certamente H. Hesse, che dipinse nei suoi romanzi, racconti ed impressioni
di viaggio in modo preciso e poetico il difficile percorso dell'individuo
verso il cammino che porta alla perfezione.
Molto diversa è la situazione ai giorni nostri, nel bene e nel
male.
L'evoluzione della nostra società, l'apparente cosmopolitismo,
il progressivo ridursi delle distanze fisiche e mentali dovute alla rapidità
delle comunicazioni, l'abbandono di molti pregiudizi e chiusure mentali
hanno permesso il diffondersi ed il successo dello Yoga e delle discipline
orientali in genere, spesso senza molta discriminazione.
Questi stessi motivi, uniti alla superficialità, alla fretta, al
desiderio di fruire immediatamente e senza sforzo a cui siamo abituati,
conducono inevitabilmente a svilire la disciplina stessa e a decretare
molti insuccessi di coloro che intendono intraprendere questo difficile
cammino.
La struttura della società occidentale contemporanea, tipica delle
civiltà industriali avanzate, è saldamente fondata sull'avere;
ovvero, ognuno di noi non viene valutato per ciò che realmente
è, ma per ciò che possiede.
A questo proposito, è illuminante un saggio di E. Fromm, Avere
o essere: "In una cultura in cui la meta suprema sia l'avere - e
anzi l'avere sempre di più - e in cui sia possibile parlare di
qualcuno come di una persona che vale un milione di dollari, come può
esserci un'alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario,
che se uno non ha nulla, allora non è nulla".
Ed il senso di possesso non si ferma solamente agli oggetti, ma si estende
anche alle persone, alla conoscenza, al sapere, all'amore ed agli oggetti
d'amore, alla fede, alle amicizie, ai figli, alle idee.
Prosegue Fromm: "La proposizione I (soggetto) ho O (oggetto) esprime
una definizione dell' I tramite il mio possesso dell' O. Il soggetto non
è più il mio io, bensì l'io sono ciò che ho.
La mia proprietà mi costituisce e costituisce insieme la mia identità.
L'idea sottesa all'affermazione `io sono io' è `io sono io perché
ho X', intendendo con X tutti gli oggetti naturali e le persone con le
quali istituisco un rapporto tramite il mio potere di controllarli, di
farlo permanentemente. C'è però una relazione inversa: le
cose hanno me, pecche il mio sentimento di identità, vale a dire
il mio equilibrio mentale, si fonda sul mio avere le cose. Esso rende
cose sia il soggetto che l'oggetto. Il rapporto è di morte, non
di vita".
Una siffatta concezione di vita, non può certo portare alla serenità
ed al distacco, poiché più possediamo cose, più corriamo
il rischio di perderle, che ci vengano sottratte o che perdano il loro
valore.
Inoltre, ritenendo anche le idee, le convinzioni, la fede non come attributi
dell'essere, che quindi possono essere dinamicamente modificati ed arricchiti,
ma come possessi statici, così pure possiamo porci di fronte allo
Yoga, ed assimilarlo, fruirlo e cristallizzarlo come una qualunque altra
forma di conoscenza.
Ma lo Yoga è per eccellenza un attributo dell'essere. Per seguirne
la strada è necessario sgombrare la mente da pregiudizi, tendere
alla libertà, essere determinati ed agire deliberatamente. Tutte
queste qualità sono la negazione dell'avere, e perciò in
completo disaccordo con il modo di vivere attuale.
2) L'individuo e lo Yoga.
Una società che abbia per fine e massima espressione di felicità
l'avere, e l'avere sempre di più, non può che allontanarsi
dalla vera essenza e piombare in uno stato di scontentezza ed alienazione.
Inoltre l'attuale fenomeno di massiccio disinteresse per la religione,
che finora aveva colmato, sia pure con lacune e mancanze, il bisogno di
spiritualità delle passate generazioni, ha lasciato un vuoto, che
l'uomo, nel suo innato bisogno di trascendenza ha tentato di colmare in
qualche modo, a volte dibattendosi sprovveduto ed incerto per l'abitudine
secolare (specialmente delle popolazioni cattoliche) di credere in una
fede senza il minimo giudizio critico e senza conoscenza diretta ed approfondita
dei testi sacri fondamentali.
Si assiste così al proliferare di movimenti sia in seno alla Chiesa
stessa (quali Comunione e Liberazione, i Neocatecumeni...),che se da un
lato portano ad un rinnovamento, dall'altro presentano preoccupanti aspetti
di integralismo ed intransigenza, sia un disordinato brulicare di sette
non tradizionali, molte delle quali nascondono profondi e vergognosi interessi
economici (Dianetici, sette pseudo-orientali).
Non rari sono i casi di sedicenti Guru (specialmente negli Stati Uniti)
che approfittando dell'ingenuità e dei disperati bisogni spirituali
dei loro seguaci, costruiscono ingenti fortune (il caso di Shree Rajneesh
ne è un chiaro esempio).
Attualmente siamo in piena era new-age, in cui si vedono sorgere in tutti
i paesi occidentali le più disparate tecniche spirituali, a volte
basate su antichi riti e credenze di popoli dimenticati, a volte assolutamente
originali (in tutti i sensi). Improbabili guru si mischiano a seri ricercatori,
gettando ancora maggiormente nel dubbio e nellincertezza i nuovi
adepti. Per rendersi conto di ciò è sufficiente sfogliare
una delle tante riviste dedicate alla new-age, dove a spiritualità
e ricerca interiore si mischiano con disinvoltura interessi economici
e gestioni manageriali.
In questo panorama generale leggermente sconfortante, si inserisce il
crescente interesse per lo Yoga.
Per alcuni l'approccio può essere alquanto superficiale: poiché
l'Hata Yoga rende il fisico elastico ed aggraziato, lo mantiene sano,
viene praticato come una qualsiasi ginnastica; inoltre abbinato alle tecniche
di respirazione combatte lo stress, l'insonnia ed è perciò
divenuto un rimedio naturale ed alla moda per alcuni strati della società.
Altri ancora ne fanno un uso prettamente terapeutico: nelle rieducazioni
degli arti o della colonna vertebrale in seguito a traumi ed operazioni
chirurgiche; inoltre lo Yoga, ristabilisce un perfetto equilibrio psico-fisico
ed è perciò indicato per la cura di malattie somatiche o
psichiche anche serie o complesse.
Alcuni si avvicinano allo Yoga perché spinti da amici, per moda
o solitudine; molti per il già citato bisogno di spiritualità,
altri ancora per genuino interesse ed affinità di sentimento.
Il motivo per cui si intraprende questo cammino sono alquanto vari, diversi
certamente per ogni individuo. Dei molti che lo intraprendono, pochi sono
capaci di portarlo avanti con serietà, pochissimi lo accettano
come sistema di vita, perché il percorso è alquanto difficile
e spesso si ignorano o si tralasciano i precetti fondamentali.
Lo Yoga, nella concezione classica di Patanjali si compone di otto stadi:
« Le astinenze (yama), le osservanze (niyama), le positure (asana),
il controllo del respiro (pranayama), l'astrazione (pratyahara), la concentrazione
(dharana), la contemplazione (dhyana), l'enstasi (samadhi), sono le otto
parti (della disciplina)». Patanjali, Yogasutra, II-29.
Solo la pratica costante e progressiva dei vari stati (o membra) dello
Yoga possono portare ad un effettivo progresso. Può sorgere qualche
dubbio sull'interpretazione di questo versetto; su come debbano essere
praticati i vari stadi, se sequenzialmente, indipendentemente l'uno dall'altro,
se sia possibile saltarne qualcuno.
A questo proposito è illuminante un brano tratto dal commento a
questo sutra di I.K. Taimni: « L'unico punto degno di considerazione
di questo sutra è se gli otto stadi di questo sistema vadano considerati
parti indipendenti, oppure stadi che si susseguano l'uno all'altro in
sequenza naturale.
L'impiego del termine anga, che significa membra, implica che essi vanno
concepiti come parti relazionate ma non consecutive; ma il modo nel quale
Patanjali si è occupato di essi nel testo mostra che possiedono
una certa relazione di sequenzialità. Chiunque esamini attentamente
la natura di questi elementi non mancherà di vedere che hanno riferimento
l'uno all'altro in modo preciso e che si susseguono naturalmente nell'ordine
in cui sono elencati. Nell'esercizio sistematico dello yoga superiore,
pertanto, essi vanno presi nel senso di stadi successivi, e si dovrà
aderire il più possibile all'ordine nel quale sono dati. Ma, potendo
un sadaka (adepto) impiegare per i propri esercizi qualunque degli anga
senza seguire strettamente questa sequenza, tali membri potranno pure
venire considerati in qualche misura indipendenti».
Per coloro che seguono lo Yoga con serietà e che aspirano alla
liberazione per suo tramite valgono due considerazioni: benché
i vari stadi possano essere considerati in qualche misura autonomi, è
impensabile di giungere, per esempio, al dhyana, senza praticare yama
e niyama: non si può ottenere il controllo della Mente se prima
non si è perfettamente dominato, fino ad averli completamente trascesi,
l'istinto alla violenza, all'attaccamento, alla lussuria...; ciò
non preclude, tuttavia, lo sviluppo o perfezionamento di più stadi
contemporaneamente, soprattutto considerando separatamente i primi cinque
livelli dagli ultimi, trattandoli, un po' arbitrariamente, come due gruppi
omogenei, il secondo da intendere come yoga superiore. Non vi è
infatti contraddizione nel praticare le asana mentre si perfezione le
virtù dell'austerità o studio di sé; gli ultimi tre
anga non sono che l'affinamento progressivo di un'unica tecnica. La seconda
considerazione, basata sempre sui sutra di Patanjali, e - mente nell'I-23
e nel II-45, è che attraverso l'isvara-pranidhana (l'abbandono
a Dio), una delle cinque virtù componenti niyama, si possa pervenire
al samadhi, ovvero al più alto stadio dello Yoga attraverso ad
un sentiero alternativo ed indipendente dall'astanga-yoga.
Da queste poche considerazioni, risulta la fondamentale importanza di
yama e niyama, le quali, seppure spesso neglette o date per scontate,
sono le qualità essenziali per poter progredire sulla via dello
Yoga.
I motivi per cui questi primi livelli sono trascurati, possono essere
molteplici: trattando di virtù morali e sociali apparentemente
elementari, in parte assimilabili a quelle che anche un "buon selvaggio"
potrebbe praticare, e genericamente associabili (almeno parzialmente)
a quei principi che ogni società civile applica (compresa la nostra,
quindi), si dà per scontato che chi si avvicina spontaneamente
allo Yoga già le pratichi.
Alcuni di coloro che praticano lo Yoga sono spesso affascinati dalle componenti
esoteriche della disciplina stessa: la meditazione, il distacco, le siddhi,
i poteri straordinari ad essa connessi, un tempo gelosamente custoditi
e rivelati solo agli iniziati, mentre oggi non sono più segreti,
anche per coloro che non hanno mai neppure praticato i rudimenti della
disciplina. Parlare a costoro di astensioni, austerità, pratiche
spesso umili e noiose non farebbe che forse allontanarli dalla disciplina,
e dove l'insegnamento dello Yoga è divenuto un puro fatto economico,
un sistema per "fare soldi", non è forse il caso di insistere
oltre misura su questi principi così scomodi e distanti dalla mentalità
corrente.
Un altro motivo di disinteresse potrebbe essere questo: molti di coloro
che si avvicinano alla disciplina, hanno abbandonato una religione ufficiale,
nel nostro caso prevalentemente la Chiesa cattolica, nella quale non si
rispecchiano più, non trovando i valori spirituali a cui aspirano.
Per reazione, si rifugiano in qualcosa di completamente altro; cercano
valori, filosofie, dogmi, totalmente diversi, quasi esclusivamente spirituali,
a volte persino un po' astrusi. Lo scoprire di dover sottostare ed anzi
sviluppare al massimo grado di perfezione dei precetti che ad uno studio
superficiale sono simili ai familiari comandamenti, non fa che acuire
quel senso di repulsione ed esasperazione che li ha condotti ad abbandonare
la loro congregazione religiosa.
Spesso leggendo racconti o bibliografie di grandi yogi indiani o tibetani,
si incontrano figure secondarie che apparentemente dispongono di notevole
saggezza o grandi poteri pur non rinunciando a condurre una vita normale,
simile alla nostra, mantenendo l'attaccamento alle proprietà, all'io,
al sesso, alle comodità : sembrerebbe che pur procedendo sulla
strada dello Yoga, forse non sia necessario esercitare un rigore morale
così rigido come quello esposto da Patanjali. Purtroppo per coloro
che vogliono perfezionarsi attraverso lo Yoga, non vi è altro metodo.
Cito ancora Taimni: «...vi è poi una classe di yogi che hanno
decisamente intrapreso il sentiero `della mano sinistra', e che sono detti
"fratelli d'ombra". Possiedono poteri di vario tipo, sono privi
di scrupoli e pericolosi, sebbene all'esterno possano adottare una modalità
di vita che li fa sembrare pii. Ma chiunque possieda un'intuizione sviluppata
può localizzare queste persone e distinguerle rispetto ai seguaci
del sentiero "della mano destra" per la loro tendenza alla crudeltà,
alla mancanza di scrupoli e alla presunzione.
...Suo obiettivo (del sadaka) non è lo sviluppo di poteri che possano
venire impiegati per auto-gratificazione o soddisfazione della propria
presunzione; sul sentiero dello Yoga superiore, è essenziale una
moralità di ordine elevatissimo; e non si tratta di una moralità
di tipo convenzionale, e neppure di una moralità del consueto tipo
religioso».
Queste affermazioni che appaiono così categoriche non vogliono
escludere che vi siano vie più moderate nell'osservanza di yama
e niyama, e non comportino un totale abbandono dei valori mondani; avvisano
semplicemente i cultori dell'astanga yoga che non vi può essere
un progresso significativo nella disciplina che hanno intrapreso, nel
sentiero verso la liberazione, se non seguendo integralmente questi precetti
fondamentali.
3) Yama e Niyama.
Yama e Niyama, come già anticipato, corrispondono alle astensioni
ed alle osservanze.
« I voti di astinenza (yama) comprendono l'astenersi dalla
violenza (ahimsa), dalla falsità (satya), dal furto (asteya), dall'incontinenza
(brahmacharya) e dall'avidità (aparigraha) ». Patanjali,
Sadhana Pada, II-30.
« La purezza (sauca), l'appagamento (samtosa), l'austerità
(tapa), lo studio di sé (svadhyaya), l'abbandono a Dio (Isvara-pranidhana)
costituiscono le cinque osservanze (niyama) ». Patanjali,
Sadhana Pada, II-32.
E' mirabile come Patanjali, in soli due versetti sia riuscito a condensare
il fondamento della vita yoga.
Il paragone con i Comandamenti della nostra religione viene spontaneo,
e si possono riscontrare alcune similitudini, a partire dal numero dei
precetti, dieci per entrambi.
Ma le somiglianze non si limitano a particolari fortuiti o banali; l'amore
per Dio, il non uccidere, non rubare, la continenza, la sincerità
sono comuni ad entrambe le correnti di pensiero.
La differenza profonda che si avverte ad un'analisi più attenta
consiste nelle intenzioni con cui sono stati formulati i precetti: nei
Comandamenti l'accento è posto sulle azioni da compiere oppure
no; in Yama e Niyama sui concetti a cui uniformarsi.
Da ciò è evidente che non vi può essere un confronto
diretto tra i due sistemi, perché agiscono su piani diversi, come
pure sono diverse le persone a cui si rivolgono.
I Comandamenti sono stati scritti per un popolo sbandato, vagante in un
deserto, senza sicurezze, apparentemente abbandonato dal suo Dio, e perciò
esasperato, 'dal cuore duro', quasi senza ideali.
Pertanto le regole di vita date loro dovevano essere essenziali, chiare,
dure e senza sfumature: 'non uccidere', 'non desiderare la donna d'altri',
'onora il padre e la madre', sono intelligibili da chiunque, non richiedono
interpretazioni e non lasciano dubbi sulla loro applicazione.
Si possono considerare quindi come il livello minimo per una convivenza
socialmente accettabile, sostenuti da una spiritualità anch'essa
piuttosto modesta.
L'avvento di Gesù e l'introduzione del precetto di amore `totale',
relativo all'umanità nella sua interezza, rivolto sia verso i propri
cari, sia specialmente ai nemici, ai reietti, agli abbandonati, ai delinquenti,
nei quali si riflette la grazia di Dio, ne eleva notevolmente il valore
assoluto.
Anche il concetto della Divinità subisce un'evoluzione: dall'idea
di un Dio 'giusto ma terribile', un padre severo e geloso, necessario
per mantenere fedele e compatto nella paura del Castigo il popolo ebreo,
si passa alla concezione di un Dio sì giusto, ma misericordioso,
che sa capire e perdonare le miserie e le debolezze cui è soggetta
la natura umana.
Tuttavia furono e sono tuttora dei precetti per una vastissima fascia
di persone, di ogni condizione e ceto, di ogni livello intellettuale e
culturale, e quindi per loro natura restarono essenzialmente semplici
e schematici; ciò non toglie che la loro applicazione sincera e
disinteressata possa portare ad alti livelli di perfezione individuale,
a riprova che nonostante vi siano molte strade verso il cammino della
Liberazione, sia importante non tanto la via scelta (che deve essere in
armonia con il proprio essere), quanto piuttosto la purezza di intenti
con la quale la si persegue.
Il discorso su Yama e Niyama è molto diverso: essi sono stati formulati
per una piccolissima élite, dedita a pratiche fisiche e spirituali
eccezionali: in India, in Tibet, ora come secoli fa gli adepti dello Yoga,
del Tantra, del Buddhismo furono pochissimi, ed i grandi saggi realizzati
sono paragonabili per numero e qualità ai nostri maggiori santi.
Il paragone non è del tutto casuale: la 'regola' di S.Francesco,
come quella adottata da molti altri santi dotati di una spiritualità
semplice e profonda, rispecchia con poche e quasi trascurabili sfumature,
i precetti propugnati da yama e niyama.
Perciò è improprio confrontare direttamente i Comandamenti
con yama e niyama, altrimenti l'impressione che se ne potrebbe ricavare
sarebbe di aridità e povertà dei primi nei riguardi dei
secondi.
I Comandamenti dovrebbero essere confrontati con i precetti che regolano
la vita della semplice popolazione hindù ed il divario di valori
forse non sarebbe notevole. Infatti il divario del comportamento ispirato
dai Comandamenti rispetto a quello seguito da grandi santi, asceti o penitenti,
non è molto diverso dal modo di vivere di un qualunque hindù
o buddhista nei confronti di uno yogi sulla via della realizzazione.