La filosofia e cultura indiana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina principale

Considerazione su Yama e Nyama


a cura di Mahendra (Riccardo Grosso)


Introduzione

1) Yoga e Occidente

«Dove stiamo andando? Sempre a casa».
Novalis, Aforismi


Nel secolo scorso e fino alla metà di quello attuale, coloro che si occupavano di filosofie orientali e specificatamente di Yoga erano molto pochi e di estrazione piuttosto omogenea: filosofi, alcuni missionari (soprattutto di sette protestanti) aperti e sensibili che entrati in contatto con le realtà orientali ne rimasero affascinati; studiosi desiderosi di rispondere agli interrogativi più profondi e angosciosi della natura umana, spesso delusi dalle teorie e dai metodi che le nostre religioni, scienze e filosofie mettevano a loro disposizione.
Per la maggior parte di costoro avvicinarsi allo Yoga non fu un fatto fortuito e casuale, ma una scelta volontaria e coraggiosa che spesso li pose per la loro reale o presunta stranezza, ai margini della società in cui vissero.
Questo atteggiamento attivo, frutto di volontà deliberata (fino a qualche decennio fa i viaggi non erano così facili e sicuri come oggi; i pregiudizi verso tecniche definite esotiche e strane erano molto forti; alcuni dei testi fondamentali erano accessibili solo in sanscrito) portò a risultati rilevanti, almeno dal punto di vista teorico, specialmente in Germania, in cui la tradizione mistica spesso si avvicinò alle concezioni dell'Induismo.
Basti ricordare F. Mayer, orientalista che stimolò A. Schopenhauer allo studio della filosofia indiana, che pervase profondamente tutto il suo sistema di pensiero ed ebbe la sua piena manifestazione nella sua opera più nota, "Il mondo come volontà e come rappresentazione".
In Francia, nel 1889, E. Schurè, noto orientalista, pubblicò "I grandi iniziati", in cui tracciò la storia dei fondatori dei «misteri»,tra i quali Rama e Krishna, collegandone gli insegnamenti in modo suggestivo, tale da far emergere un unico grande disegno, una religione «universale».
In Italia, il nostro poeta Giacomo Leopardi, sviluppò una visione “negativa” della natura, chiamandola “matrigna”, cioè malevola. Per molti versi le sue concezioni rispecchiavano quelle del suo contemporaneo Schopenhauer, col quale aveva notevoli affinità di vedute. Il poeta disse che la lettura delle Upanisad fu una delle poche consolazioni della sua vita.
Tra le due guerre vi fu, nuovamente in Germania, un rinascere dell'amore per questi studi, un pullulare di società teosofiche ad essi ispirati, e il rappresentante più noto di questi studiosi e scrittori fu certamente H. Hesse, che dipinse nei suoi romanzi, racconti ed impressioni di viaggio in modo preciso e poetico il difficile percorso dell'individuo verso il cammino che porta alla perfezione.
Molto diversa è la situazione ai giorni nostri, nel bene e nel male.
L'evoluzione della nostra società, l'apparente cosmopolitismo, il progressivo ridursi delle distanze fisiche e mentali dovute alla rapidità delle comunicazioni, l'abbandono di molti pregiudizi e chiusure mentali hanno permesso il diffondersi ed il successo dello Yoga e delle discipline orientali in genere, spesso senza molta discriminazione.
Questi stessi motivi, uniti alla superficialità, alla fretta, al desiderio di fruire immediatamente e senza sforzo a cui siamo abituati, conducono inevitabilmente a svilire la disciplina stessa e a decretare molti insuccessi di coloro che intendono intraprendere questo difficile cammino.
La struttura della società occidentale contemporanea, tipica delle civiltà industriali avanzate, è saldamente fondata sull'avere; ovvero, ognuno di noi non viene valutato per ciò che realmente è, ma per ciò che possiede.
A questo proposito, è illuminante un saggio di E. Fromm, Avere o essere: "In una cultura in cui la meta suprema sia l'avere - e anzi l'avere sempre di più - e in cui sia possibile parlare di qualcuno come di una persona che vale un milione di dollari, come può esserci un'alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario, che se uno non ha nulla, allora non è nulla".
Ed il senso di possesso non si ferma solamente agli oggetti, ma si estende anche alle persone, alla conoscenza, al sapere, all'amore ed agli oggetti d'amore, alla fede, alle amicizie, ai figli, alle idee.
Prosegue Fromm: "La proposizione I (soggetto) ho O (oggetto) esprime una definizione dell' I tramite il mio possesso dell' O. Il soggetto non è più il mio io, bensì l'io sono ciò che ho. La mia proprietà mi costituisce e costituisce insieme la mia identità. L'idea sottesa all'affermazione `io sono io' è `io sono io perché ho X', intendendo con X tutti gli oggetti naturali e le persone con le quali istituisco un rapporto tramite il mio potere di controllarli, di farlo permanentemente. C'è però una relazione inversa: le cose hanno me, pecche il mio sentimento di identità, vale a dire il mio equilibrio mentale, si fonda sul mio avere le cose. Esso rende cose sia il soggetto che l'oggetto. Il rapporto è di morte, non di vita".
Una siffatta concezione di vita, non può certo portare alla serenità ed al distacco, poiché più possediamo cose, più corriamo il rischio di perderle, che ci vengano sottratte o che perdano il loro valore.
Inoltre, ritenendo anche le idee, le convinzioni, la fede non come attributi dell'essere, che quindi possono essere dinamicamente modificati ed arricchiti, ma come possessi statici, così pure possiamo porci di fronte allo Yoga, ed assimilarlo, fruirlo e cristallizzarlo come una qualunque altra forma di conoscenza.
Ma lo Yoga è per eccellenza un attributo dell'essere. Per seguirne la strada è necessario sgombrare la mente da pregiudizi, tendere alla libertà, essere determinati ed agire deliberatamente. Tutte queste qualità sono la negazione dell'avere, e perciò in completo disaccordo con il modo di vivere attuale.

2) L'individuo e lo Yoga.


Una società che abbia per fine e massima espressione di felicità l'avere, e l'avere sempre di più, non può che allontanarsi dalla vera essenza e piombare in uno stato di scontentezza ed alienazione.
Inoltre l'attuale fenomeno di massiccio disinteresse per la religione, che finora aveva colmato, sia pure con lacune e mancanze, il bisogno di spiritualità delle passate generazioni, ha lasciato un vuoto, che l'uomo, nel suo innato bisogno di trascendenza ha tentato di colmare in qualche modo, a volte dibattendosi sprovveduto ed incerto per l'abitudine secolare (specialmente delle popolazioni cattoliche) di credere in una fede senza il minimo giudizio critico e senza conoscenza diretta ed approfondita dei testi sacri fondamentali.
Si assiste così al proliferare di movimenti sia in seno alla Chiesa stessa (quali Comunione e Liberazione, i Neocatecumeni...),che se da un lato portano ad un rinnovamento, dall'altro presentano preoccupanti aspetti di integralismo ed intransigenza, sia un disordinato brulicare di sette non tradizionali, molte delle quali nascondono profondi e vergognosi interessi economici (Dianetici, sette pseudo-orientali).
Non rari sono i casi di sedicenti Guru (specialmente negli Stati Uniti) che approfittando dell'ingenuità e dei disperati bisogni spirituali dei loro seguaci, costruiscono ingenti fortune (il caso di Shree Rajneesh ne è un chiaro esempio).
Attualmente siamo in piena era new-age, in cui si vedono sorgere in tutti i paesi occidentali le più disparate tecniche spirituali, a volte basate su antichi riti e credenze di popoli dimenticati, a volte assolutamente originali (in tutti i sensi). Improbabili guru si mischiano a seri ricercatori, gettando ancora maggiormente nel dubbio e nell’incertezza i nuovi adepti. Per rendersi conto di ciò è sufficiente sfogliare una delle tante riviste dedicate alla new-age, dove a spiritualità e ricerca interiore si mischiano con disinvoltura interessi economici e gestioni manageriali.
In questo panorama generale leggermente sconfortante, si inserisce il crescente interesse per lo Yoga.
Per alcuni l'approccio può essere alquanto superficiale: poiché l'Hata Yoga rende il fisico elastico ed aggraziato, lo mantiene sano, viene praticato come una qualsiasi ginnastica; inoltre abbinato alle tecniche di respirazione combatte lo stress, l'insonnia ed è perciò divenuto un rimedio naturale ed alla moda per alcuni strati della società.
Altri ancora ne fanno un uso prettamente terapeutico: nelle rieducazioni degli arti o della colonna vertebrale in seguito a traumi ed operazioni chirurgiche; inoltre lo Yoga, ristabilisce un perfetto equilibrio psico-fisico ed è perciò indicato per la cura di malattie somatiche o psichiche anche serie o complesse.
Alcuni si avvicinano allo Yoga perché spinti da amici, per moda o solitudine; molti per il già citato bisogno di spiritualità, altri ancora per genuino interesse ed affinità di sentimento.
Il motivo per cui si intraprende questo cammino sono alquanto vari, diversi certamente per ogni individuo. Dei molti che lo intraprendono, pochi sono capaci di portarlo avanti con serietà, pochissimi lo accettano come sistema di vita, perché il percorso è alquanto difficile e spesso si ignorano o si tralasciano i precetti fondamentali.
Lo Yoga, nella concezione classica di Patanjali si compone di otto stadi: « Le astinenze (yama), le osservanze (niyama), le positure (asana), il controllo del respiro (pranayama), l'astrazione (pratyahara), la concentrazione (dharana), la contemplazione (dhyana), l'enstasi (samadhi), sono le otto parti (della disciplina)». Patanjali, Yogasutra, II-29.
Solo la pratica costante e progressiva dei vari stati (o membra) dello Yoga possono portare ad un effettivo progresso. Può sorgere qualche dubbio sull'interpretazione di questo versetto; su come debbano essere praticati i vari stadi, se sequenzialmente, indipendentemente l'uno dall'altro, se sia possibile saltarne qualcuno.
A questo proposito è illuminante un brano tratto dal commento a questo sutra di I.K. Taimni: « L'unico punto degno di considerazione di questo sutra è se gli otto stadi di questo sistema vadano considerati parti indipendenti, oppure stadi che si susseguano l'uno all'altro in sequenza naturale.
L'impiego del termine anga, che significa membra, implica che essi vanno concepiti come parti relazionate ma non consecutive; ma il modo nel quale Patanjali si è occupato di essi nel testo mostra che possiedono una certa relazione di sequenzialità. Chiunque esamini attentamente la natura di questi elementi non mancherà di vedere che hanno riferimento l'uno all'altro in modo preciso e che si susseguono naturalmente nell'ordine in cui sono elencati. Nell'esercizio sistematico dello yoga superiore, pertanto, essi vanno presi nel senso di stadi successivi, e si dovrà aderire il più possibile all'ordine nel quale sono dati. Ma, potendo un sadaka (adepto) impiegare per i propri esercizi qualunque degli anga senza seguire strettamente questa sequenza, tali membri potranno pure venire considerati in qualche misura indipendenti».
Per coloro che seguono lo Yoga con serietà e che aspirano alla liberazione per suo tramite valgono due considerazioni: benché i vari stadi possano essere considerati in qualche misura autonomi, è impensabile di giungere, per esempio, al dhyana, senza praticare yama e niyama: non si può ottenere il controllo della Mente se prima non si è perfettamente dominato, fino ad averli completamente trascesi, l'istinto alla violenza, all'attaccamento, alla lussuria...; ciò non preclude, tuttavia, lo sviluppo o perfezionamento di più stadi contemporaneamente, soprattutto considerando separatamente i primi cinque livelli dagli ultimi, trattandoli, un po' arbitrariamente, come due gruppi omogenei, il secondo da intendere come yoga superiore. Non vi è infatti contraddizione nel praticare le asana mentre si perfezione le virtù dell'austerità o studio di sé; gli ultimi tre anga non sono che l'affinamento progressivo di un'unica tecnica. La seconda considerazione, basata sempre sui sutra di Patanjali, e - mente nell'I-23 e nel II-45, è che attraverso l'isvara-pranidhana (l'abbandono a Dio), una delle cinque virtù componenti niyama, si possa pervenire al samadhi, ovvero al più alto stadio dello Yoga attraverso ad un sentiero alternativo ed indipendente dall'astanga-yoga.
Da queste poche considerazioni, risulta la fondamentale importanza di yama e niyama, le quali, seppure spesso neglette o date per scontate, sono le qualità essenziali per poter progredire sulla via dello Yoga.
I motivi per cui questi primi livelli sono trascurati, possono essere molteplici: trattando di virtù morali e sociali apparentemente elementari, in parte assimilabili a quelle che anche un "buon selvaggio" potrebbe praticare, e genericamente associabili (almeno parzialmente) a quei principi che ogni società civile applica (compresa la nostra, quindi), si dà per scontato che chi si avvicina spontaneamente allo Yoga già le pratichi.
Alcuni di coloro che praticano lo Yoga sono spesso affascinati dalle componenti esoteriche della disciplina stessa: la meditazione, il distacco, le siddhi, i poteri straordinari ad essa connessi, un tempo gelosamente custoditi e rivelati solo agli iniziati, mentre oggi non sono più segreti, anche per coloro che non hanno mai neppure praticato i rudimenti della disciplina. Parlare a costoro di astensioni, austerità, pratiche spesso umili e noiose non farebbe che forse allontanarli dalla disciplina, e dove l'insegnamento dello Yoga è divenuto un puro fatto economico, un sistema per "fare soldi", non è forse il caso di insistere oltre misura su questi principi così scomodi e distanti dalla mentalità corrente.
Un altro motivo di disinteresse potrebbe essere questo: molti di coloro che si avvicinano alla disciplina, hanno abbandonato una religione ufficiale, nel nostro caso prevalentemente la Chiesa cattolica, nella quale non si rispecchiano più, non trovando i valori spirituali a cui aspirano. Per reazione, si rifugiano in qualcosa di completamente altro; cercano valori, filosofie, dogmi, totalmente diversi, quasi esclusivamente spirituali, a volte persino un po' astrusi. Lo scoprire di dover sottostare ed anzi sviluppare al massimo grado di perfezione dei precetti che ad uno studio superficiale sono simili ai familiari comandamenti, non fa che acuire quel senso di repulsione ed esasperazione che li ha condotti ad abbandonare la loro congregazione religiosa.
Spesso leggendo racconti o bibliografie di grandi yogi indiani o tibetani, si incontrano figure secondarie che apparentemente dispongono di notevole saggezza o grandi poteri pur non rinunciando a condurre una vita normale, simile alla nostra, mantenendo l'attaccamento alle proprietà, all'io, al sesso, alle comodità : sembrerebbe che pur procedendo sulla strada dello Yoga, forse non sia necessario esercitare un rigore morale così rigido come quello esposto da Patanjali. Purtroppo per coloro che vogliono perfezionarsi attraverso lo Yoga, non vi è altro metodo. Cito ancora Taimni: «...vi è poi una classe di yogi che hanno decisamente intrapreso il sentiero `della mano sinistra', e che sono detti "fratelli d'ombra". Possiedono poteri di vario tipo, sono privi di scrupoli e pericolosi, sebbene all'esterno possano adottare una modalità di vita che li fa sembrare pii. Ma chiunque possieda un'intuizione sviluppata può localizzare queste persone e distinguerle rispetto ai seguaci del sentiero "della mano destra" per la loro tendenza alla crudeltà, alla mancanza di scrupoli e alla presunzione.
...Suo obiettivo (del sadaka) non è lo sviluppo di poteri che possano venire impiegati per auto-gratificazione o soddisfazione della propria presunzione; sul sentiero dello Yoga superiore, è essenziale una moralità di ordine elevatissimo; e non si tratta di una moralità di tipo convenzionale, e neppure di una moralità del consueto tipo religioso».
Queste affermazioni che appaiono così categoriche non vogliono escludere che vi siano vie più moderate nell'osservanza di yama e niyama, e non comportino un totale abbandono dei valori mondani; avvisano semplicemente i cultori dell'astanga yoga che non vi può essere un progresso significativo nella disciplina che hanno intrapreso, nel sentiero verso la liberazione, se non seguendo integralmente questi precetti fondamentali.

3) Yama e Niyama.

Yama e Niyama, come già anticipato, corrispondono alle astensioni ed alle osservanze.
« I voti di astinenza (yama) comprendono l'astenersi dalla violenza (ahimsa), dalla falsità (satya), dal furto (asteya), dall'incontinenza (brahmacharya) e dall'avidità (aparigraha) ». Patanjali, Sadhana Pada, II-30.
« La purezza (sauca), l'appagamento (samtosa), l'austerità (tapa), lo studio di sé (svadhyaya), l'abbandono a Dio (Isvara-pranidhana) costituiscono le cinque osservanze (niyama) »
. Patanjali, Sadhana Pada, II-32.

E' mirabile come Patanjali, in soli due versetti sia riuscito a condensare il fondamento della vita yoga.
Il paragone con i Comandamenti della nostra religione viene spontaneo, e si possono riscontrare alcune similitudini, a partire dal numero dei precetti, dieci per entrambi.
Ma le somiglianze non si limitano a particolari fortuiti o banali; l'amore per Dio, il non uccidere, non rubare, la continenza, la sincerità sono comuni ad entrambe le correnti di pensiero.
La differenza profonda che si avverte ad un'analisi più attenta consiste nelle intenzioni con cui sono stati formulati i precetti: nei Comandamenti l'accento è posto sulle azioni da compiere oppure no; in Yama e Niyama sui concetti a cui uniformarsi.
Da ciò è evidente che non vi può essere un confronto diretto tra i due sistemi, perché agiscono su piani diversi, come pure sono diverse le persone a cui si rivolgono.
I Comandamenti sono stati scritti per un popolo sbandato, vagante in un deserto, senza sicurezze, apparentemente abbandonato dal suo Dio, e perciò esasperato, 'dal cuore duro', quasi senza ideali.
Pertanto le regole di vita date loro dovevano essere essenziali, chiare, dure e senza sfumature: 'non uccidere', 'non desiderare la donna d'altri', 'onora il padre e la madre', sono intelligibili da chiunque, non richiedono interpretazioni e non lasciano dubbi sulla loro applicazione.
Si possono considerare quindi come il livello minimo per una convivenza socialmente accettabile, sostenuti da una spiritualità anch'essa piuttosto modesta.
L'avvento di Gesù e l'introduzione del precetto di amore `totale', relativo all'umanità nella sua interezza, rivolto sia verso i propri cari, sia specialmente ai nemici, ai reietti, agli abbandonati, ai delinquenti, nei quali si riflette la grazia di Dio, ne eleva notevolmente il valore assoluto.
Anche il concetto della Divinità subisce un'evoluzione: dall'idea di un Dio 'giusto ma terribile', un padre severo e geloso, necessario per mantenere fedele e compatto nella paura del Castigo il popolo ebreo, si passa alla concezione di un Dio sì giusto, ma misericordioso, che sa capire e perdonare le miserie e le debolezze cui è soggetta la natura umana.
Tuttavia furono e sono tuttora dei precetti per una vastissima fascia di persone, di ogni condizione e ceto, di ogni livello intellettuale e culturale, e quindi per loro natura restarono essenzialmente semplici e schematici; ciò non toglie che la loro applicazione sincera e disinteressata possa portare ad alti livelli di perfezione individuale, a riprova che nonostante vi siano molte strade verso il cammino della Liberazione, sia importante non tanto la via scelta (che deve essere in armonia con il proprio essere), quanto piuttosto la purezza di intenti con la quale la si persegue.
Il discorso su Yama e Niyama è molto diverso: essi sono stati formulati per una piccolissima élite, dedita a pratiche fisiche e spirituali eccezionali: in India, in Tibet, ora come secoli fa gli adepti dello Yoga, del Tantra, del Buddhismo furono pochissimi, ed i grandi saggi realizzati sono paragonabili per numero e qualità ai nostri maggiori santi.
Il paragone non è del tutto casuale: la 'regola' di S.Francesco, come quella adottata da molti altri santi dotati di una spiritualità semplice e profonda, rispecchia con poche e quasi trascurabili sfumature, i precetti propugnati da yama e niyama.
Perciò è improprio confrontare direttamente i Comandamenti con yama e niyama, altrimenti l'impressione che se ne potrebbe ricavare sarebbe di aridità e povertà dei primi nei riguardi dei secondi.
I Comandamenti dovrebbero essere confrontati con i precetti che regolano la vita della semplice popolazione hindù ed il divario di valori forse non sarebbe notevole. Infatti il divario del comportamento ispirato dai Comandamenti rispetto a quello seguito da grandi santi, asceti o penitenti, non è molto diverso dal modo di vivere di un qualunque hindù o buddhista nei confronti di uno yogi sulla via della realizzazione.