
5a) Niyama
«La purezza (sauca), l'appagamento (samtosa), l'austerità
(tapa), lo studio di sé (svadhyaya) e l'abbandono a Dio
(Isvara-pranidhana),costituiscono le osservanze (niyama)»
Patanjali, sadhana pada, II-32
Il secondo anga dello yoga si chiama niyama. Superficialmente sembra avere
le stesse funzioni di yama: elevare il principiante per renderlo adatto
alla vita yoga. Ma esaminando più attentamente gli elementi componenti
le due pratiche, si constaterà la loro sottile ma sostanziale differenza.
In generale, gli esercizi trattati in yama sono di tipo morale e vietano;
quelli compresi in niyama sono disciplinari, costruttivi.
Yama mette in grado l'adepto di fare la giusta scelta dinanzi agli eventi
che giornalmente gli accadono, e se andasse a meditare in piena solitudine
nel deserto o su impervie montagne, non avrebbe occasione di mettere in
pratica i cinque precetti, sebbene sempre vincolato dal grande voto.
Niyama invece pone le basi disciplinari per poter affrontare la dura disciplina
che l'ideale yoga impone. Sono pertanto pratiche da svolgere ogni giorno,
indipendentemente dalle circostanze in cui si trova il sadaka, sia nella
giungla più selvaggia come in una popolosa metropoli ed hanno quindi
un valore universale.
«L'austerità, lo studio di sé e la rassegnazione
all'Isvara
costituiscono lo yoga preliminare». Patanjali, II-1
Gli ultimi tre precetti di niyama sono stati riportati nel presente sutra
sotto il nome di kriya yoga.
Potrebbe sembrare un'inutile ripetizione, ma questo versetto ha un suo
valore preciso. Poiché il Sadhana Pada, seconda sezione degli Yoga
Sutra ha un carattere progressivo, si deduce che gli elementi trattati
in II-1 hanno un significato propedeutico rispetto a quelli trattati in
II-32.
Analizziamo più a fondo il significato di II-1. Chiunque conosca
la filosofia yoga saprà che non è possibile seguirla rimanendo
immersi nella corrente della vita mondana. Sarà necessario avvezzarsi
ad una disciplina, studiare, spogliarsi almeno parzialmente dell'egoismo
e del proprio sé.
La differenza tra la vita ordinaria e quella che conduce uno yogi e così
grande, che non è possibile mutarla in modo improvviso: il kriya
yoga ne è il periodo preparatorio, il tirocinio, che renderà
la transazione più semplice e sicura. Infatti sono numerosi gli
allievi entusiasti che improvvisamente, senza un motivo apparente, abbandonano
la pratica. C'è spesso una notevole confusione e incertezza su
ciò che realmente sia lo yoga: questi esercizi lo focalizzano e
indicano con chiarezza all'aspirante se sia realmente pronto per intraprendere
il cammino o se vi si debba interessare solo dal punto di vista intellettuale.
Tale autodisciplina si interessa dei tre aspetti fondamentali della natura
umana: tapa alla volontà, svadhyaya all'intelletto e isvara-pranidhana
alle emozioni. Questa disciplina pertanto mette alla prova i tre aspetti
della natura dell'adepto, per produrne un'evoluzione armonica e completa,
indispensabile per conseguire qualsiasi altro ideale.
Alcuni traducono il termine 'kriya' con `preliminare', altri con `pratico'.
E' corretto in entrambe le accezioni: preliminare in quanto deve essere
intrapreso agli inizi dello yoga, pratico in quanto mette alla prova le
capacità, le aspirazioni e la serietà dell'adepto.
5b) Sauca
Il primo elemento di niyama, sauca, viene abitualmente tradotto con il
termine «purezza». E' però necessario chiarire cosa
si intende per purezza. Nella dottrina yoga, l'universo nella sua totalità
è una manifestazione della coscienza divina. Quindi, per un saggio
illuminato nulla è impuro. Perciò il termine è da
intendere sempre in senso relativo, rapportato ai nostri veicoli, quindi
non solamente al corpo, ma anche a quelli superfisici, che governano le
emozioni, il pensiero, le nostre attività spirituali.
Tutto ciò che permette un progresso dei nostri veicoli verso uno
stadio particolare dell'evoluzione è puro; è impuro ciò
che è di impedimento al loro funzionamento, ne ritarda o inibisce
l'avanzamento.
Pertanto la purezza di un oggetto o di una situazione è solamente
funzionale, in rapporto allo stadio di evoluzione a cui si mira.
Perciò la purificazione significa eliminare da un veicolo tutte
le condizioni o gli elementi che impediscono di esercitare le sue funzioni
e di tendere alla meta prefissata. Poiché la meta dello yogi è
l'auto-realizzazione mediante la fusione della propria coscienza individuale
con la coscienza del supremo (kaivala; vedi Samadhi Pada, sez. I dei sutra
di Patanjali), purificazione significa il mantenimento e l'affinamento
dei veicoli per tendere sempre di più a questa unificazione.
Vi sono vari metodi di purificazione, tesi a sostituire il materiale rozzo
iniziale con uno più fine, in grado di vibrare ad una frequenza
maggiore.
Le regole concernenti il corpo fisico sono abbastanza semplici: bisogna
mantenerlo sano, pulito, fornirgli il cibo adeguato. Delle tre categorie
(guna) dei cibi (tamas, rajas, sattva), solo l'ultima è adatta
per lo yogi. I cibi pesanti o troppo elaborati, la carne, l'alcool, le
sostanze eccitanti turbano la mente e non permettono la calma e la tranquillità
indispensabili per la pratica dello yoga. Anche l'osservanza regolare
ed attenta del digiuno contribuisce a migliorare la funzionalità
del corpo. A questo proposito così si esprime la Bhagavad Gita:
«Lo yoga non può essere raggiunto né da colui che
mangia troppo né da colui che si astiene dal cibo, né da
colui che dorme troppo né da colui che veglia troppo. Raggiungerà
lo yoga colui che mangia e dorme come si conviene, di cui tutti gli atti
sono regolati dalla ragione e che sa equilibrare il sonno e la veglia».
La pratica dell'Hata Yoga mantiene sano il corpo, lo prepara attraverso
alle asana alla stabilità in una posizione immobile, ed il pranayama
permettere il controllo del respiro i l'indirizzamento cosciente delle
energie vitali (prana). Inoltre i satkarman sono descritti nellhata-yoga-pradipika
e nella gheranda-samhita, e spiegano compiutamente le pratiche di pulizia
esteriore ma sopratutto interiore del corpo fisico.
La purificazione dei veicoli sottili, che presiedono al pensiero ed alle
emozioni, si verifica attraverso ad un processo più difficile.
Consiste nel sostituire alle emozioni e pensieri indesiderati altri di
natura più elevata e sottile. Se questo processo viene eseguito
costantemente, per un periodo sufficientemente lungo, i veicoli risultano
adeguatamente purificati. La prova è data dalle tendenze vibratorie
normali di un veicolo: se normalmente prova pensieri ed emozioni pure,
difficilmente indulgerà in pensieri bassi e volgari.
Un altro metodo di purificazione consiste nella recita delle preghiere
e dei mantra [2]:
tali mezzi fanno sì che i veicoli vibrino su un piano più
alto, e continuando in queste pratiche, esse 'dilavano' tutti gli elementi
indesiderati dai vari veicoli, purificandoli, appunto.
5c) Samtosa.
Il secondo aspetto di niyama è samtosa, ovvero appagamento. Per
l'adepto dello yoga è indispensabile coltivare l'appagamento a
in grado supremo, poiché altrimenti non è possibile acquietare
la mente. Per coloro che vivono nel mondo, è normale essere continuamente
turbati da eventi esterni, sia piacevoli che spiacevoli. E non appena
una causa di instabilità scompare, ne appare immediatamente un'altra,
in una catena senza fine. Ogni individuo reagisce in virtù del
suo carattere, dello stato d'animo, della situazione, Questa condizione
mentale porta la mente a volgersi continuamente verso l'esterno, ed anche
quando appare calma, lo è solo superficialmente: sarà successo
a tutti noi, almeno occasionalmente, di essere turbati da una moltitudine
di pensieri, spesso irrilevanti, anche se inarrestabili, non appena abbiamo
tentato di concentrare la mente su di un unico oggetto.
Tali reazioni portano uno scompiglio più o meno grave nella mente,
poiché non esiste praticamente evento che non comporti uno sconvolgimento
del sentimento o della mente stessa. Il sadaka si imporrà pertanto
di evitare questi disturbi, con la pratica, la meditazione ed altri mezzi
a sua disposizione.
Samtosa potrebbe apparire per alcuni aspetti molto simile ad aparigraha,
non possessività. Ma mentre aparigraha pone l'accento sul non desiderare
la ripetizione di un evento piacevole, samtosa riguarda la perfetta indifferenza
sia dei fatti piacevoli come di quelli spiacevoli.
Infatti l'adepto non deve solamente conquistare la capacità di
dominare un disturbo mentale qualora sorga, perché ognuno ha sperimentato
quanto sia necessario un dispendio di energia molto più elevato
per acquietarlo, ma deve possedere un potere assai raro: non permettere
che il disturbo si verifichi. Il raggiungimento della perfetta equanimità,
di essere egualmente soddisfatti qualunque cosa accada, è la sola
via per evitare che la mente sia continuamente confusa. Scrive Taimni:
«[Samtosa] si fonda sull'indifferenza perfetta a tutte quelle gioie,
comodità ed altre considerazioni di indole personale che influenzano
l'umanità. Suo oggetto è il conseguimento della pace che
ci pone completamente al di là del dominio dell'illusione e della
miseria».
Questa qualità è attiva , dinamica, frutto di volontà
deliberata, atta a dominare gli eventi, ponendosi al di sopra di essi;
non ha nulla in comune con la rassegnazione passiva che è giustamente
disprezzata nel mondo.
Infatti per ottenere samtosa non è necessario rinunciare ad agire,
quanto piuttosto ad essere distaccati dai frutti, positivi o negativi,
che l'azione comporta. Dice la Bhagavad Gita: «[O Arjuna], devi
quindi compiere il dovere che ti è stato assegnato senza motivi
di vantaggio tuo, e senza attaccamenti di sorta; e in questo attaccamento
distaccato si trova il segreto del raggiungimento della somma perfezione».
B. G., III-19.
Il raggiungimento di questo appagamento supremo e della calma mentale
che ne consegue, non avviene una volta per tutte, con un puro sforzo della
volontà, ma è il frutto di un continuo allenamento ed una
stretta vigilanza. Le abitudini errate contratte in innumerevoli vite
si superano solamente con uno stretto controllo delle proprie attività
mentali, ed ecco quindi il motivo per cui samtosa è stata inserita
come elemento di niyama.
Una virtù affine all'appagamento è la tolleranza. L'adepto
dello yoga, (specialmente se principiante), nel suo fervore per la disciplina,
vorrebbe che tutti condividessero le sue idee, e questo può portare
a rivalità, avversione, addirittura rancore o odio. Sebbene l'astanga
yoga sia uno dei metodi più avanzati e sicuri verso la perfezione,
non è certamente l'unico; perciò bisogna permettere ad ognuno
di seguire il cammino più congeniale alla propria personalità.
Inoltre il sadaka che pratica da poco tempo la disciplina, è incline
a giudicare il prossimo, a sentirsi «migliore» e spesso ad
inorgoglirsi. Ma la buddhi, non ancora sufficientemente purificata da
maya, l'illusione, tende spesso a dare giudizi errati o superficiali.
Ecco perché anche i grandi yogin si astengono dal giudicare, ma
esercitano verso tutti gli esseri senzienti , anche i più depravati,
karuna e maitri, compassione e benevolenza universali, che spezzano la
catena della violenza ed elevano verso una vita maggiormente spirituale.
Perciò anche la tolleranza non è una virtù passiva
o frutto di indifferenza, ma una grande manifestazione di compassione
e amore.
5d) Tapas
Questo elemento, assieme ai due seguenti, compone il kriya yoga, come
già accennato nel paragrafo 5a. Tapas non ha un significato univoco
nella nostra lingua, ma viene abitualmente tradotto con ardore, austerità,
purificazione, autodisciplina. Probabilmente deriva da un termine dal
processo che consiste nel portare ad alta temperatura il minerale grezzo
fino ad ottenere l'oro puro. Quindi, anche simbolicamente, ha il significato
di purificare attraverso il fuoco dell'austerità e della disciplina.
In un certo senso, la tecnica attraverso la quale si costruisce il carattere,
ponendo sotto controllo i veicoli inferiore, è una pratica di tapa,
ma in senso ortodosso, il tapa viene impiegato in una serie di esercizi
specifici per controllare il corpo fisico e la forza di volontà.
I tapas possono essere divisi in tre tipi: può riferirsi al corpo
(kayika), al discorso (vachika) o alla mente (manasika). La continenza
(brachmacharya) e la non-violenza (ahimsa), sono tapas del corpo. Non
calunniare, dire la verità senza badare alle conseguenze, non parlare
male del prossimo, sono tapas del parlare. Sviluppare un modo di pensare
che mantiene il soggetto equilibrato e sereno nella gioia e nel dolore
e che gli permetta di mantenere il controllo di sé stesso sono
i tapas del pensiero.
Alcuni, desiderando con fervore esercitare i tapas, formulano i voti più
impensabili, per esempio di rimanere per anni su una sola gamba, senza
badare che l'altra si dissecchi, o procurano al corpo sofferenze continue
ed insensate. Queste pratiche sono considerate 'demoniache' dalle scuole
yoga più illuminate, e considerate con la massima severità.
Normalmente la pratica dei tapas inizia con esercizi molto semplici, che
in fasi successive diventano più ardui, i quali mettono alla prova
la forza di volontà dell'adepto, con lo scopo di produrre una graduale
separazione della coscienza dai veicoli inferiori, causando un'attenuazione
di asmita, la coscienza che dice: «io sono quello». Solamente
raggiungendo (almeno parzialmente) questo potere di scindere la coscienza
dai veicoli, ovvero di non identificarsi col corpo, il sadaka potrà
controllare e purificare i veicoli stessi, permettendogli di impiegarli
per le finalità dello yoga.
Con le tapas lo yogi sviluppa la forza del corpo, del carattere e della
mente, acquista coraggio, saggezza, integrità, onestà e
semplicità.
5e) Svadhyaya.
«Sva» significa il proprio essere e «adhyaya»
studio o educazione. Perciò svadhyaya significa educazione dell'io.
Talvolta viene impiegato nell'accezione restrittiva di studio dei libri
sacri. Questa però non è che la prima parte del lavoro da
compiere: come in ogni scienza, anche nello yoga è indispensabile
conoscere i testi fondamentali, per acquisire la conoscenza dei principi
teorici e delle pratiche che l'ideale yoga comporta.
Questo studio teorico non porterà molto avanti sulla strada dell'auto-realizzazione,
ma riveste una grande importanza per l'adepto. Spesso chi intraprende
la strada dello yoga ha una preparazione intellettuale molto vaga e confusa
e quando si trova a dover affrontare gli innumerevoli problemi che questa
scelta comporta, spesso si scoraggia, decide di abbandonare la via intrapresa
o cade in balia di persone senza scrupoli che per attirare gente presso
di sé promettono ogni specie di risultati, spesso assolutamente
fantastici, che a lungo termine otterranno l'effetto di allontanare chi
si era accostato alla disciplina o addirittura di renderlo scettico e
incredulo.
Sri Vinoba Bhave afferma che «svadhyaya è lo studio di un
soggetto che è la base o la radice di tutti gli altri soggetti
o azioni, sul quale tutti gli altri si basano, ma che a sua volta non
si basa su nulla».
Sebbene lo studio delle sacre scritture e dei testi specifici sullo yoga
siano indispensabili, non sono che il primo passo. Nello stadio successivo,
il sadaka comincia a riflettere ed a meditare sui problemi più
profondi studiati sui libri. Questa riflessione costante prepara la mente
a ricevere la conoscenza vera e propria, attraverso al soffio dell'intuizione.
Quanto più chiara sarà la percezione dei problemi, tanto
più vivo sarà il desiderio di risolverli. Gradualmente la
riflessione si muterà nella meditazione; la mente verrà
sempre più assorbita dall'oggetto della ricerca, il quale potrà
essere di varia natura: una verità astratta, un oggetto di devozione
con il quale l'allievo intende entrare il comunione... Di grande aiuto
in questa ricerca profonda è la recitazione dei mantra, che hanno
la caratteristica di ottenere una fusione parziale tra la coscienza inferiore
e quella superiore. Perciò questo cammino, che all'inizio è
puramente intellettuale, prosegue attraverso alle fasi della concentrazione,
della meditazione, dei tapas, della devozione, fino a quando l'individuo
abbandona ogni aiuto esterno, come i libri, i discorsi altrui e troverà
nel profondo della propria mente quanto sarà necessario alla sua
ricerca.
Praticando con devozione questo precetto, l'adepto è simile a colui
che scoperto l'angusto accesso di una caverna vi si inoltra, e con l'aumentare
della profondità vede espandersi a dismisura le dimensioni della
grotta, fino a divenire immensa: così chi penetra nelle profondità
del proprio sé con un intento puro, con la perseveranza e le tecniche
adatte, entra in contatto con l'Atman, la coscienza indivisa ed immutabile.
5f) Isvara-pranidhana
«Il raggiungimento del samadhi deriva dall'abbandono a Dio».
Patanjali, Sadhana Pada, II-45
«Pratica la presenza di Dio col fissare in Me la tua mente.
insegna al tuo intelletto a ragionare in favore mio tanto col
rigore della logica quanto nell'onda dell'impeto d'amore.
Allora vivrai in Me e Io in te. Non devi avere dubbi su que-
sta unione fra Me e te per mezzo dell'amore».
Bhagavad Gita, XII-8
«Sia fatta non la mia, ma la Tua volontà».
Matteo, XXVI-36
Isvara Pranidhana viene abitualmente tradotto con rassegnazione a Dio.
Quando la persona comune pratica questo precetto, intende principalmente
assoggettarsi lietamente alla volontà suprema di Dio, sebbene l'esperienza
che ha prodotto questo atteggiamento possa essere alquanto spiacevole.
Questo atteggiamento, superiore a quello di chi impreca contro le inevitabili
avversità che si susseguono nel corso dell'esistenza, è
tuttavia una rassegnazione passiva, e non l'armonizzare il proprio essere
con la volontà divina.
Tale modo di pensare non porta grandi progressi nel cammino dell'avanzamento
spirituale. Ma poiché l'Isvara pranidhana è un metodo per
giungere al samadhi, come affermato nel sutra II-45, porterà una
profonda trasformazione entro il sadaka, molto più profonda della
pura accettazione di ogni prova o sofferenza a cui possa essere sottoposto
nel corso della propria vita.
Secondo la filosofia che sta alla base dello yoga, la realtà entro
di noi è libera dall'illusione fondamentale che è fonte
delle miserie della nostra esistenza. il purusha, o coscienza individuale,
è una manifestazione di questa realtà. Come avviene che
il purusha si assoggetti a questa grande illusione? attraverso l'imposizione
dell'io individuale e alla identificazione del purusha con i suoi veicoli
e con l'ambiente in cui la coscienza è immersa. Fintanto che persiste
il velo dell'asmita, ovvero della singolarità dell'io e dell'egoità,
l'individuo resterà prigioniero dell'illusione e del dolore. Solamente
rimuovendo questo schermo che vela la coscienza, si raggiungerà
la liberazione. Questa è l'idea fondamentale che sottende alla
filosofia yoga, la quale mira, con vari sistemi, sia diretti che indiretti
ad infrangere questa illusione fondamentale. L'Isvara pranidhana è
appunto uno di questi metodi, teso ad infrangere l'asmita tramite la fusione
della coscienza individuale con la volontà divina, distruggendo
così la radice dei klesa, fonte di ogni dolore. «Sacrifica
a Me tutte le tue attività e riposa in Me la tua mente solo assorta
in Me, senza serbare alcuna idea di proprietà né speranza
di profitto personale tuo: diverrai libero, emancipato per sempre; combatti
guarito da questa febbre mentale!». Bhagavad Gita, III-30.
Pertanto questo esercizio inizia con l'asserzione «sia fatta la
Tua, non la mia volontà», ma questo è solo l'inizio.
Procede con la progressiva spoliazione del falso io, fino a raggiungere
la coscienza di Isvara, la cui volontà opera nel mondo manifesto.
Vi sono