La filosofia e cultura indiana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina principale

Considerazione su Yama e Nyama


a cura di Mahendra (Riccardo Grosso)


Niyama


5a) Niyama


«La purezza (sauca), l'appagamento (samtosa), l'austerità
(tapa), lo studio di sé (svadhyaya) e l'abbandono a Dio
(Isvara-pranidhana),costituiscono le osservanze (niyama)»

Patanjali, sadhana pada, II-32


Il secondo anga dello yoga si chiama niyama. Superficialmente sembra avere le stesse funzioni di yama: elevare il principiante per renderlo adatto alla vita yoga. Ma esaminando più attentamente gli elementi componenti le due pratiche, si constaterà la loro sottile ma sostanziale differenza.
In generale, gli esercizi trattati in yama sono di tipo morale e vietano; quelli compresi in niyama sono disciplinari, costruttivi.
Yama mette in grado l'adepto di fare la giusta scelta dinanzi agli eventi che giornalmente gli accadono, e se andasse a meditare in piena solitudine nel deserto o su impervie montagne, non avrebbe occasione di mettere in pratica i cinque precetti, sebbene sempre vincolato dal grande voto.
Niyama invece pone le basi disciplinari per poter affrontare la dura disciplina che l'ideale yoga impone. Sono pertanto pratiche da svolgere ogni giorno, indipendentemente dalle circostanze in cui si trova il sadaka, sia nella giungla più selvaggia come in una popolosa metropoli ed hanno quindi un valore universale.


«L'austerità, lo studio di sé e la rassegnazione all'Isvara
costituiscono lo yoga preliminare»
. Patanjali, II-1


Gli ultimi tre precetti di niyama sono stati riportati nel presente sutra sotto il nome di kriya yoga.
Potrebbe sembrare un'inutile ripetizione, ma questo versetto ha un suo valore preciso. Poiché il Sadhana Pada, seconda sezione degli Yoga Sutra ha un carattere progressivo, si deduce che gli elementi trattati in II-1 hanno un significato propedeutico rispetto a quelli trattati in II-32.
Analizziamo più a fondo il significato di II-1. Chiunque conosca la filosofia yoga saprà che non è possibile seguirla rimanendo immersi nella corrente della vita mondana. Sarà necessario avvezzarsi ad una disciplina, studiare, spogliarsi almeno parzialmente dell'egoismo e del proprio sé.
La differenza tra la vita ordinaria e quella che conduce uno yogi e così grande, che non è possibile mutarla in modo improvviso: il kriya yoga ne è il periodo preparatorio, il tirocinio, che renderà la transazione più semplice e sicura. Infatti sono numerosi gli allievi entusiasti che improvvisamente, senza un motivo apparente, abbandonano la pratica. C'è spesso una notevole confusione e incertezza su ciò che realmente sia lo yoga: questi esercizi lo focalizzano e indicano con chiarezza all'aspirante se sia realmente pronto per intraprendere il cammino o se vi si debba interessare solo dal punto di vista intellettuale.
Tale autodisciplina si interessa dei tre aspetti fondamentali della natura umana: tapa alla volontà, svadhyaya all'intelletto e isvara-pranidhana alle emozioni. Questa disciplina pertanto mette alla prova i tre aspetti della natura dell'adepto, per produrne un'evoluzione armonica e completa, indispensabile per conseguire qualsiasi altro ideale.
Alcuni traducono il termine 'kriya' con `preliminare', altri con `pratico'. E' corretto in entrambe le accezioni: preliminare in quanto deve essere intrapreso agli inizi dello yoga, pratico in quanto mette alla prova le capacità, le aspirazioni e la serietà dell'adepto.

5b) Sauca

Il primo elemento di niyama, sauca, viene abitualmente tradotto con il termine «purezza». E' però necessario chiarire cosa si intende per purezza. Nella dottrina yoga, l'universo nella sua totalità è una manifestazione della coscienza divina. Quindi, per un saggio illuminato nulla è impuro. Perciò il termine è da intendere sempre in senso relativo, rapportato ai nostri veicoli, quindi non solamente al corpo, ma anche a quelli superfisici, che governano le emozioni, il pensiero, le nostre attività spirituali.
Tutto ciò che permette un progresso dei nostri veicoli verso uno stadio particolare dell'evoluzione è puro; è impuro ciò che è di impedimento al loro funzionamento, ne ritarda o inibisce l'avanzamento.
Pertanto la purezza di un oggetto o di una situazione è solamente funzionale, in rapporto allo stadio di evoluzione a cui si mira.
Perciò la purificazione significa eliminare da un veicolo tutte le condizioni o gli elementi che impediscono di esercitare le sue funzioni e di tendere alla meta prefissata. Poiché la meta dello yogi è l'auto-realizzazione mediante la fusione della propria coscienza individuale con la coscienza del supremo (kaivala; vedi Samadhi Pada, sez. I dei sutra di Patanjali), purificazione significa il mantenimento e l'affinamento dei veicoli per tendere sempre di più a questa unificazione.
Vi sono vari metodi di purificazione, tesi a sostituire il materiale rozzo iniziale con uno più fine, in grado di vibrare ad una frequenza maggiore.
Le regole concernenti il corpo fisico sono abbastanza semplici: bisogna mantenerlo sano, pulito, fornirgli il cibo adeguato. Delle tre categorie (guna) dei cibi (tamas, rajas, sattva), solo l'ultima è adatta per lo yogi. I cibi pesanti o troppo elaborati, la carne, l'alcool, le sostanze eccitanti turbano la mente e non permettono la calma e la tranquillità indispensabili per la pratica dello yoga. Anche l'osservanza regolare ed attenta del digiuno contribuisce a migliorare la funzionalità del corpo. A questo proposito così si esprime la Bhagavad Gita: «Lo yoga non può essere raggiunto né da colui che mangia troppo né da colui che si astiene dal cibo, né da colui che dorme troppo né da colui che veglia troppo. Raggiungerà lo yoga colui che mangia e dorme come si conviene, di cui tutti gli atti sono regolati dalla ragione e che sa equilibrare il sonno e la veglia». La pratica dell'Hata Yoga mantiene sano il corpo, lo prepara attraverso alle asana alla stabilità in una posizione immobile, ed il pranayama permettere il controllo del respiro i l'indirizzamento cosciente delle energie vitali (prana). Inoltre i satkarman sono descritti nell’hata-yoga-pradipika e nella gheranda-samhita, e spiegano compiutamente le pratiche di pulizia esteriore ma sopratutto interiore del corpo fisico.
La purificazione dei veicoli sottili, che presiedono al pensiero ed alle emozioni, si verifica attraverso ad un processo più difficile. Consiste nel sostituire alle emozioni e pensieri indesiderati altri di natura più elevata e sottile. Se questo processo viene eseguito costantemente, per un periodo sufficientemente lungo, i veicoli risultano adeguatamente purificati. La prova è data dalle tendenze vibratorie normali di un veicolo: se normalmente prova pensieri ed emozioni pure, difficilmente indulgerà in pensieri bassi e volgari.
Un altro metodo di purificazione consiste nella recita delle preghiere e dei mantra [2]: tali mezzi fanno sì che i veicoli vibrino su un piano più alto, e continuando in queste pratiche, esse 'dilavano' tutti gli elementi indesiderati dai vari veicoli, purificandoli, appunto.


5c) Samtosa.

Il secondo aspetto di niyama è samtosa, ovvero appagamento. Per l'adepto dello yoga è indispensabile coltivare l'appagamento a in grado supremo, poiché altrimenti non è possibile acquietare la mente. Per coloro che vivono nel mondo, è normale essere continuamente turbati da eventi esterni, sia piacevoli che spiacevoli. E non appena una causa di instabilità scompare, ne appare immediatamente un'altra, in una catena senza fine. Ogni individuo reagisce in virtù del suo carattere, dello stato d'animo, della situazione, Questa condizione mentale porta la mente a volgersi continuamente verso l'esterno, ed anche quando appare calma, lo è solo superficialmente: sarà successo a tutti noi, almeno occasionalmente, di essere turbati da una moltitudine di pensieri, spesso irrilevanti, anche se inarrestabili, non appena abbiamo tentato di concentrare la mente su di un unico oggetto.
Tali reazioni portano uno scompiglio più o meno grave nella mente, poiché non esiste praticamente evento che non comporti uno sconvolgimento del sentimento o della mente stessa. Il sadaka si imporrà pertanto di evitare questi disturbi, con la pratica, la meditazione ed altri mezzi a sua disposizione.
Samtosa potrebbe apparire per alcuni aspetti molto simile ad aparigraha, non possessività. Ma mentre aparigraha pone l'accento sul non desiderare la ripetizione di un evento piacevole, samtosa riguarda la perfetta indifferenza sia dei fatti piacevoli come di quelli spiacevoli.
Infatti l'adepto non deve solamente conquistare la capacità di dominare un disturbo mentale qualora sorga, perché ognuno ha sperimentato quanto sia necessario un dispendio di energia molto più elevato per acquietarlo, ma deve possedere un potere assai raro: non permettere che il disturbo si verifichi. Il raggiungimento della perfetta equanimità, di essere egualmente soddisfatti qualunque cosa accada, è la sola via per evitare che la mente sia continuamente confusa. Scrive Taimni: «[Samtosa] si fonda sull'indifferenza perfetta a tutte quelle gioie, comodità ed altre considerazioni di indole personale che influenzano l'umanità. Suo oggetto è il conseguimento della pace che ci pone completamente al di là del dominio dell'illusione e della miseria».
Questa qualità è attiva , dinamica, frutto di volontà deliberata, atta a dominare gli eventi, ponendosi al di sopra di essi; non ha nulla in comune con la rassegnazione passiva che è giustamente disprezzata nel mondo.
Infatti per ottenere samtosa non è necessario rinunciare ad agire, quanto piuttosto ad essere distaccati dai frutti, positivi o negativi, che l'azione comporta. Dice la Bhagavad Gita: «[O Arjuna], devi quindi compiere il dovere che ti è stato assegnato senza motivi di vantaggio tuo, e senza attaccamenti di sorta; e in questo attaccamento distaccato si trova il segreto del raggiungimento della somma perfezione». B. G., III-19.
Il raggiungimento di questo appagamento supremo e della calma mentale che ne consegue, non avviene una volta per tutte, con un puro sforzo della volontà, ma è il frutto di un continuo allenamento ed una stretta vigilanza. Le abitudini errate contratte in innumerevoli vite si superano solamente con uno stretto controllo delle proprie attività mentali, ed ecco quindi il motivo per cui samtosa è stata inserita come elemento di niyama.
Una virtù affine all'appagamento è la tolleranza. L'adepto dello yoga, (specialmente se principiante), nel suo fervore per la disciplina, vorrebbe che tutti condividessero le sue idee, e questo può portare a rivalità, avversione, addirittura rancore o odio. Sebbene l'astanga yoga sia uno dei metodi più avanzati e sicuri verso la perfezione, non è certamente l'unico; perciò bisogna permettere ad ognuno di seguire il cammino più congeniale alla propria personalità. Inoltre il sadaka che pratica da poco tempo la disciplina, è incline a giudicare il prossimo, a sentirsi «migliore» e spesso ad inorgoglirsi. Ma la buddhi, non ancora sufficientemente purificata da maya, l'illusione, tende spesso a dare giudizi errati o superficiali. Ecco perché anche i grandi yogin si astengono dal giudicare, ma esercitano verso tutti gli esseri senzienti , anche i più depravati, karuna e maitri, compassione e benevolenza universali, che spezzano la catena della violenza ed elevano verso una vita maggiormente spirituale. Perciò anche la tolleranza non è una virtù passiva o frutto di indifferenza, ma una grande manifestazione di compassione e amore.


5d) Tapas

Questo elemento, assieme ai due seguenti, compone il kriya yoga, come già accennato nel paragrafo 5a. Tapas non ha un significato univoco nella nostra lingua, ma viene abitualmente tradotto con ardore, austerità, purificazione, autodisciplina. Probabilmente deriva da un termine dal processo che consiste nel portare ad alta temperatura il minerale grezzo fino ad ottenere l'oro puro. Quindi, anche simbolicamente, ha il significato di purificare attraverso il fuoco dell'austerità e della disciplina. In un certo senso, la tecnica attraverso la quale si costruisce il carattere, ponendo sotto controllo i veicoli inferiore, è una pratica di tapa, ma in senso ortodosso, il tapa viene impiegato in una serie di esercizi specifici per controllare il corpo fisico e la forza di volontà. I tapas possono essere divisi in tre tipi: può riferirsi al corpo (kayika), al discorso (vachika) o alla mente (manasika). La continenza (brachmacharya) e la non-violenza (ahimsa), sono tapas del corpo. Non calunniare, dire la verità senza badare alle conseguenze, non parlare male del prossimo, sono tapas del parlare. Sviluppare un modo di pensare che mantiene il soggetto equilibrato e sereno nella gioia e nel dolore e che gli permetta di mantenere il controllo di sé stesso sono i tapas del pensiero.
Alcuni, desiderando con fervore esercitare i tapas, formulano i voti più impensabili, per esempio di rimanere per anni su una sola gamba, senza badare che l'altra si dissecchi, o procurano al corpo sofferenze continue ed insensate. Queste pratiche sono considerate 'demoniache' dalle scuole yoga più illuminate, e considerate con la massima severità.
Normalmente la pratica dei tapas inizia con esercizi molto semplici, che in fasi successive diventano più ardui, i quali mettono alla prova la forza di volontà dell'adepto, con lo scopo di produrre una graduale separazione della coscienza dai veicoli inferiori, causando un'attenuazione di asmita, la coscienza che dice: «io sono quello». Solamente raggiungendo (almeno parzialmente) questo potere di scindere la coscienza dai veicoli, ovvero di non identificarsi col corpo, il sadaka potrà controllare e purificare i veicoli stessi, permettendogli di impiegarli per le finalità dello yoga.
Con le tapas lo yogi sviluppa la forza del corpo, del carattere e della mente, acquista coraggio, saggezza, integrità, onestà e semplicità.

5e) Svadhyaya.

«Sva» significa il proprio essere e «adhyaya» studio o educazione. Perciò svadhyaya significa educazione dell'io. Talvolta viene impiegato nell'accezione restrittiva di studio dei libri sacri. Questa però non è che la prima parte del lavoro da compiere: come in ogni scienza, anche nello yoga è indispensabile conoscere i testi fondamentali, per acquisire la conoscenza dei principi teorici e delle pratiche che l'ideale yoga comporta.
Questo studio teorico non porterà molto avanti sulla strada dell'auto-realizzazione, ma riveste una grande importanza per l'adepto. Spesso chi intraprende la strada dello yoga ha una preparazione intellettuale molto vaga e confusa e quando si trova a dover affrontare gli innumerevoli problemi che questa scelta comporta, spesso si scoraggia, decide di abbandonare la via intrapresa o cade in balia di persone senza scrupoli che per attirare gente presso di sé promettono ogni specie di risultati, spesso assolutamente fantastici, che a lungo termine otterranno l'effetto di allontanare chi si era accostato alla disciplina o addirittura di renderlo scettico e incredulo.
Sri Vinoba Bhave afferma che «svadhyaya è lo studio di un soggetto che è la base o la radice di tutti gli altri soggetti o azioni, sul quale tutti gli altri si basano, ma che a sua volta non si basa su nulla».
Sebbene lo studio delle sacre scritture e dei testi specifici sullo yoga siano indispensabili, non sono che il primo passo. Nello stadio successivo, il sadaka comincia a riflettere ed a meditare sui problemi più profondi studiati sui libri. Questa riflessione costante prepara la mente a ricevere la conoscenza vera e propria, attraverso al soffio dell'intuizione. Quanto più chiara sarà la percezione dei problemi, tanto più vivo sarà il desiderio di risolverli. Gradualmente la riflessione si muterà nella meditazione; la mente verrà sempre più assorbita dall'oggetto della ricerca, il quale potrà essere di varia natura: una verità astratta, un oggetto di devozione con il quale l'allievo intende entrare il comunione... Di grande aiuto in questa ricerca profonda è la recitazione dei mantra, che hanno la caratteristica di ottenere una fusione parziale tra la coscienza inferiore e quella superiore. Perciò questo cammino, che all'inizio è puramente intellettuale, prosegue attraverso alle fasi della concentrazione, della meditazione, dei tapas, della devozione, fino a quando l'individuo abbandona ogni aiuto esterno, come i libri, i discorsi altrui e troverà nel profondo della propria mente quanto sarà necessario alla sua ricerca.
Praticando con devozione questo precetto, l'adepto è simile a colui che scoperto l'angusto accesso di una caverna vi si inoltra, e con l'aumentare della profondità vede espandersi a dismisura le dimensioni della grotta, fino a divenire immensa: così chi penetra nelle profondità del proprio sé con un intento puro, con la perseveranza e le tecniche adatte, entra in contatto con l'Atman, la coscienza indivisa ed immutabile.

5f) Isvara-pranidhana

«Il raggiungimento del samadhi deriva dall'abbandono a Dio».
Patanjali, Sadhana Pada, II-45


«Pratica la presenza di Dio col fissare in Me la tua mente.
insegna al tuo intelletto a ragionare in favore mio tanto col
rigore della logica quanto nell'onda dell'impeto d'amore.
Allora vivrai in Me e Io in te. Non devi avere dubbi su que-
sta unione fra Me e te per mezzo dell'amore».

Bhagavad Gita, XII-8


«Sia fatta non la mia, ma la Tua volontà».
Matteo, XXVI-36


Isvara Pranidhana viene abitualmente tradotto con rassegnazione a Dio. Quando la persona comune pratica questo precetto, intende principalmente assoggettarsi lietamente alla volontà suprema di Dio, sebbene l'esperienza che ha prodotto questo atteggiamento possa essere alquanto spiacevole. Questo atteggiamento, superiore a quello di chi impreca contro le inevitabili avversità che si susseguono nel corso dell'esistenza, è tuttavia una rassegnazione passiva, e non l'armonizzare il proprio essere con la volontà divina.
Tale modo di pensare non porta grandi progressi nel cammino dell'avanzamento spirituale. Ma poiché l'Isvara pranidhana è un metodo per giungere al samadhi, come affermato nel sutra II-45, porterà una profonda trasformazione entro il sadaka, molto più profonda della pura accettazione di ogni prova o sofferenza a cui possa essere sottoposto nel corso della propria vita.
Secondo la filosofia che sta alla base dello yoga, la realtà entro di noi è libera dall'illusione fondamentale che è fonte delle miserie della nostra esistenza. il purusha, o coscienza individuale, è una manifestazione di questa realtà. Come avviene che il purusha si assoggetti a questa grande illusione? attraverso l'imposizione dell'io individuale e alla identificazione del purusha con i suoi veicoli e con l'ambiente in cui la coscienza è immersa. Fintanto che persiste il velo dell'asmita, ovvero della singolarità dell'io e dell'egoità, l'individuo resterà prigioniero dell'illusione e del dolore. Solamente rimuovendo questo schermo che vela la coscienza, si raggiungerà la liberazione. Questa è l'idea fondamentale che sottende alla filosofia yoga, la quale mira, con vari sistemi, sia diretti che indiretti ad infrangere questa illusione fondamentale. L'Isvara pranidhana è appunto uno di questi metodi, teso ad infrangere l'asmita tramite la fusione della coscienza individuale con la volontà divina, distruggendo così la radice dei klesa, fonte di ogni dolore. «Sacrifica a Me tutte le tue attività e riposa in Me la tua mente solo assorta in Me, senza serbare alcuna idea di proprietà né speranza di profitto personale tuo: diverrai libero, emancipato per sempre; combatti guarito da questa febbre mentale!». Bhagavad Gita, III-30.
Pertanto questo esercizio inizia con l'asserzione «sia fatta la Tua, non la mia volontà», ma questo è solo l'inizio. Procede con la progressiva spoliazione del falso io, fino a raggiungere la coscienza di Isvara, la cui volontà opera nel mondo manifesto. Vi sono