
Yama:
yama costituisce la base dello yoga: sono le vitrù sociali
e devono essere portate ad un livello etico elevatissimo. Esse sono: ahimsa
(non violenza), satya (veridicità), asteya
(astensione dal furto), brahmacarya (continenza sessuale,
assenza di desiderio), aparigraha (assenza di avidità,
non attaccamento). Esse sono volte al negativo (non-violenza, non-attaccamento...),
ma hanno un valore dinamico, positivo; quindi non solo non violenza, ma
amore per tutte le creature; non solo non attaccamento alle proprietà,
ma condivisione dei propri beni... Il voto dello yogin di non infrangere
mai questi precetti si chiama maha-vrata, e ha un valore assoluto e indissolubile.
Niyama:
sono regole individuali e costruttive: se uno yogin che si ritira
dal mondo non ha modo di praticare yama, esso non può esimersi
da niyama. I precetti sono: sauca (purezza), samtosa
(appagamento), austerità (tapa), svadyaya
(studio di sè), Isvara-pranidhana (abbandono a Dio).
Le ultime tre pratiche costituiscono anche il kryia yoga
o yoga preliminare. Isvara-pranidhana è anche una via indipendente
che conduce al samadhi. Queste pratiche forgiano il cuore e la mente dello
aspirante yogin e lo preparano alla via impervia dello yoga.
Asana:
ecco forse la fase più popolare dello yoga (insieme alla meditazione).
Asana significa "senza movimento". Lo yogin assume una
posizione immobile che mantiene per un tempo variabile, via via più
lungo. Lo scopo della asana nel raja yoga hanno lo scopo di mantenere
il corpo sano e di permettergli di mantenere a suo agio posizioni meditative.
Patanjali dice che l'asana deve essere "piacevole e corretta".
Nello hatha yoga invece le asana hanno anche lo scopo di permettere
all'adepto di sostenere la grande energia che la risalita di Kundalini
provoca.
Pranayama:
(controllo - o padronanza- del respiro). La traduzione è
solo parzialmente corretta: il respiro è solo l'aspetto più
evidente del processo, ma quello più sottile ed importante è
quello di controllare le energie del prana di cui il respiro è
solo un veicolo. Non è tanto importante eseguire un respiro lungo
(per quanto un respiro corretto sia importante nell'igiene del corpo),
quanto piuttosto giungere ad un respiro sempre più lento, ponendo
grande accento sul suo trattenimento (kumbakha). Il controllo del respiro
aiuta inoltre a controllare l'instabilità della mente ed ha pure
un innegabile valore sombolico.
Pratyahara:
dopo aver pacificato gli istinti più bassi, disciplinato
la pratica, raggiunto il controllo del corpo e del respiro, si inizia
una fase maggiormente introspettiva. Il praticante comincia a distaccarsi
dalle fonti principali di disturbi: quelli esterni, frutto dei sensi e
quelli interni, l'elaborazione di pensieri da parte della mente. Attraverso
all'uso di varie tecniche (tra cui l'ascolto del respiro è una
delle più importanti) si riporta l'attenzione verso il soggetto,
tagliando sistematicamente le forme di distrazione.
Dharana
(concentrazione): con questo anga inizia il livello dello yoga
superiore o interno, in quanto tutti i processi che si manifestano sono
interni alla mente. Lo yogin inizia a concentrare la sua attenzione su
un oggetto di meditazione, che in questa prima fase può essere
di qualsiasi genere. Permane una netta distinzione mentale tra il soggetto
(chi medita) e l'oggetto (l'oggetto della meditazione). In dharana ci
possono essere ancora delle distrazioni, ma quando esse giungono al livello
di coscienza, il praticante riporta l'attenzione sull'oggetto della meditazione.
Dhyana
(contemplazione): Il passaggio tra dharana e dhyana non è
un salto brusco: dopo aver dominato completamente le distrazioni in dharana
e fissato completamente l'attenzione sull'oggetto, nell'adepto comincia
a dissolversi l'autocoscienza, ovvero la distinzione tra oggetto e soggetto.
Vi è come un'espansione progressiva della coscienza.
Samadhi
(enstasi): quando sia le distrazioni che l'autocoscienza sono
completamente placate, allora si raggiunge il samadhi. Patanjali descrive
minuziosamente diversi livelli di samadhi: sabja (con seme); nirbjia
(senza seme), megadharma... Quando lo yogin ha superato ogni attaccamento,
anche ai poteri che il samadhi gli offre, allora diverrà completamente
libero da ogni legame e raggiungerà finalmente il kaivalya, il
supremo distacco in cui, come dice Patanjali, c'è "eguale
purezza tra il sattva e il purusha". Lo yogin diventa un jiva
mukhti, un liberato vivente. Il ciclo del samsara e delle rinascite
è finalmente infranto.
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