
4a) Yama
«I voti di astinenza (yama ) comprendono l'astenersi dalla
violenza (ahimsa), dalla falsità (satya), dal furto (as-
teya), dall'incontinenza (brahmacarya) e dall'avidità
(aparigraha)». Patanjali, sadhana pada, II-30.
«Tutti i santi e i venerabili del passato, del presente e
del futuro ,tutti dicono, annunciano, proclamano e dichia-
rano: Non uccidere, né maltrattare, né ingiuriare, né
tor-
mentare, né perseguitare nessuna specie di creatura, nes-
suna specie di animale, né alcun essere di nessuna sorta.
Ecco il punto, eterno e costante principio della religione
proclamato dai saggi che comprendono il mondo!».
Ayaramgasutra, tradizione Giainista, III sec. d.C.
«Non uccida, non massacri nessun essere vivente, né
inciti
altri ad uccidere; sia inoffensivo con tutti gli esseri che
vi sono nel mondo, mobili ed immobili».
Sutra di Dhammiko, Buddha
Vorrei ora analizzare più profondamente ogni singolo precetto
componente Yama, ovvero le virtù sociali.
Ahimsa. Come già accennato nel capitolo precedente,
ahimsa vuol dire non violenza. Apparentemente il significato del termine
è evidente e si sarebbe tentati di andare oltre senza approfondire
eccessivamente.
In realtà, la perfetta comprensione di 'non-violenza' è
alquanto complessa, né io penso in questa esposizione di scendere
molto oltre la superficie del problema. L'analisi inizia dagli aspetti
più evidenti per poi scendere a quelli più sottili. Il primo
aspetto che si presenta è quello di non uccidere. Non uccidere
i propri simili, gli animali, le piante. Purtroppo già questi primi
aspetti, all'apparenza macroscopici, vengono disattesi ovunque con una
frequenza preoccupante.
E' sufficiente leggere un quotidiano o guardare un notiziario alla televisione
per sapere quante guerre, dichiarate o no, imperversano per il mondo.
Quanti nostri simili vengono inutilmente uccisi, massacrati, torturati,
privati dei loro diritti elementari e della dignità umana. Le creature
più deboli, che non hanno la voce per protestare né la forza
di difendersi, gli animali, non subiscono una sorte migliore. Vengono
uccisi per diletto, per dimostrare una nostra presunta superiorità,
per nutrirci. Ci comportiamo verso di loro come se noi fossimo i signori
del creato, con assoluto potere su di loro e non come compagni di viaggio.
Non mi soffermo sui motivi per cui essere vegetariani, né costituzionali
(l'uomo non ha la struttura e l'apparato digerente di un carnivoro),né
i vantaggi per la salute (l'accertata associazione di molte gravi malattie
all'assunzione di carne), né ultimo, le turbe del carattere associate
al cibo animale (maggiore predisposizione alla violenza, all'ira, alla
lussuria).
Da studi recenti appare sempre più evidente che anche i vegetali
possiedono una loro acuta sensibilità. Quindi è necessario
anche nei loro riguardi comportarsi con la massima attenzione. Anche se
sono alla base della nostra alimentazione, non bisognerebbe abusarne:
acquistare (o coltivare) quelle verdure la cui raccolta pregiudichi il
meno possibile la sopravvivenza della pianta; come i cereali, che si raccolgono
ormai secchi; oppure i frutti maturi, che hanno terminato il loro ciclo
vitale. Inoltre non bisognerebbe neppure mantenere delle scorte eccessive
di alimenti deperibili, per evitare di sprecare inutilmente sostanze viventi,
la cui crescita ha richiesto dispendio di energia, di tempo, di sofferenze.
Anche la raccolta di fiori, quando non servano ad uso officinale o alimentare,
mi sembra una violenza inutile: quale piacere estetico è più
puro di vedere un fiore nel suo ambiente naturale, e poi serbarne un prezioso
ricordo?
Queste precauzioni possono apparire eccessive, forse addirittura maniacali;
ma se crediamo nelle filosofia Yoga, possiamo capire quanto ogni vita,
in qualsiasi forma si presenti, sia preziosa e rappresenti per l'essere
in cui si manifesta un occasione di avanzamento spirituale; se interrompiamo
questo processo, anche involontariamente, appesantiamo il nostro karma
(insieme delle azioni commesse in questa vita ed in quelle precedenti).
Ahimsa non vuol dire solamente non uccidere, ma l'essere completamente
inoffensivo; pertanto la prevaricazione esercitata sugli altri esseri,
sia essa fisica o morale, irridere le convinzioni o le credenze altrui,
rientrano nell'ambito delle azioni da evitare. Ma la non-violenza non
consiste in un elenco di comportamento pratico; essa è una qualità
dinamica della mente, e come tale varia nell'applicazione con le circostanze,
poiché ogni situazione è unica ed esige un modo di affrontarla
nuova e vitale. La giusta visione non è data in modo meccanico,
solamente soppesando l'insieme dei fatti, ma è una facoltà
della buddhi, la facoltà discriminativa, che attraverso un lungo
tirocinio, riesce sempre con minore approssimazione a compiere l'azione
giusta.
Molti tendono ad affermare che la perfetta ahimsa è irraggiungibile
e quindi ne traggono un alibi per comportarsi nel modo più comodo
o piacevole. Ma chi si vuole perfezionare, non deve badare a queste deboli
giustificazioni; sorveglia la propria mente, le parole e le azioni e comincia
a metterle il accordo con tale ideale. Analizza il proprio comportamento
e ne trae un insegnamento per il futuro. Lentamente, avanzando nella pratica,
la crudeltà, le ingiustizie insite nei suoi pensieri gli si rivelano
gradualmente e ciò gli permetterà di riconoscere intuitivamente
il giusto comportamento in ogni circostanza. Lentamente il concetto di
inoffensività si muterà in quello di amore, di amore dinamico
e positivo, inteso sia come compassione che come servizio verso gli altri.
Il concetto di amore richiede alcune precisazioni. Per essere totale,
deve essere impersonale e disinteressato. Questa affermazione può
apparire un poco strana, poiché siamo abituati ad amare i nostri
cari, coloro con i abbiamo un rapporto di affetto e di simpatia. Questo
genere di amore è però alquanto instabile: un mutamento
di interessi, un ingratitudine, un tradimento, lo stesso scorrere del
tempo possono farlo diminuire o addirittura cessare. L'amore rivolto ad
ogni essere vivente in quanto tale, senza badare se sia simpatico o odioso,
bello o brutto, non può mai venire meno, generando una corrente
di compassione (nel senso etimologico del termine, ossia di conoscere
il dolore altrui e condividerlo) che non si esaurisce.
Questo sentimento è insito nella cultura hindù (intesa in
senso ideale, indipendentemente dalle sue manifestazioni effettive): infatti
è più facile amare credendo che in ogni creatura viventi
alberghi un'anima immortale, incarnatasi su questa terra per intraprendere
il suo cammino spirituale, e che tornerà sotto svariate forme,
fino a quando, purificatasi attraverso la sofferenza, non spezzerà
la catena delle rinascite.
Il concetto di compassione universale (karuna) e benevolenza universale
(maitri) sono alla base della dottrina di Gotama, il Buddha: «La
mia dottrina è una dottrina di compassione: ecco perché
i felici del mondo la trovano difficile. Bisogna rispettare l'ordine stabilito
delle cose, ma la via della salvezza è aperta a tutti; la nascita
non condanna nessun essere alla ignoranza e alla disgrazia...» E
dicendo che la via della salvezza è aperta a tutti, si può
intendere non solo gli uomini, ma a tutti gli esseri viventi. In Giappone
si celebra ogni anno una cerimonia del buddismo Mahayana, «The animal-releasing
ceremony», in cui vengono liberati animali che sono stati comprati
apposta per salvarli dalla prigionia e dalla sofferenza.
Nel messaggio che il quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso (la più
alta autorità politica e religiosa del Tibet),pronunciò
ad Assisi nel 1986 il giorno delle Preghiere per la Pace del Mondo, c'è
questa frase testuale: «My religion is very simple: my religion
is kindness». (la mia religione è bontà, gentilezza).
Sono occorsi secoli, millenni di incommensurabili sofferenze individuali
e storiche, (un esempio sono quelle patite nel silenzio e disinteresse
universale dai Tibetani...) per poter giungere a formulare una affermazione
breve e profonda come questa.
Parallelamente ad ahimsa, procedono abhaya (libertà dalla paura)
e akrodha (libertà dall'ira). L'uomo comune vive immerso nelle
paure: quella di perdere il proprio benessere, le persone care, del futuro,
della morte... Ciò è causata dall'ignoranza, che porta a
identificare noi stessi al nostro corpo, ed a legare ad esso il nostro
destino. Sebbene il corpo sia soggetto alle malattie, all'invecchiamento
ed infine alla morte, lo spirito rimane inalterato.
Quando si raggiunge la consapevolezza non solo intellettuale ma profonda
ed intuitiva di ciò, le paure improvvisamente spariscono ed anzi
la certezza della morte è uno stimolo ad impiegare questa vita
nel migliore dei modi, compiendo il proprio dovere disinteressatamente,
amando il prossimo e Dio.
Vi sono due tipi di ira, uno che degrada, l'altro eleva. La radice del
primo è l'orgoglio e l'attaccamento al proprio io limitato e conduce
agli eccessi che ognuno di noi purtroppo conosce. Il manifestarsi dell'ira
conduce al disprezzo, al rancore ed all'odio. Perciò è evidente
il motivo per cui tutti noi ce ne dovremmo astenere. Il secondo tipo è,
per esempio, quella che lo yogi manifesta verso sé stesso quando
sbaglia, quando la sua conoscenza del giusto non lo trattiene dalla follia
e dall'errore.
Spesso parliamo della giustizia. La pretendiamo quando riceviamo qualche
torto, ma imploriamo comprensione e perdono quando siamo noi a commetterlo.
L'adepto, viceversa, sa che dovrebbe esserci giustizia per una sua mancanza,
e pietà per quella commessa da un altro.
Approfondendo lo studio dei Sutra di Patanjali ci si rende conto sempre
più chiaramente di quanto le virtù che compongono Yama e
Niyama siano intimamente legate ed interdipendenti, e che la mancanza
di una sola di queste qualità portino a decadere l'intera struttura
di cui sono alla base.
Infatti, come può un individuo essere non violento e poi venir
meno alla pratica della verità, calunniando altre persone, o appropriandosi
di ciò che non gli appartiene, o essere tanto attaccato al possesso
da non saper condividere con gli altri ciò che possiede? Queste
azioni sono tutte, a livello sottile, delle forme di violenza.
Inoltre, chi può praticare ahimsa, avere il coraggio di rinunciare
totalmente a difendersi, se non crede che ci sia un Dio che lo protegge,
ovvero, che permette che gli accada solo ciò che è giusto
per lui?
La violenza è frutto di ignoranza, quindi è impossibile
superarla senza la riflessione sui propri atti, la conoscenza del Sé
attraverso lo studio dei testi Sacri, l'esempio di un Maestro, l'esecuzione
delle pratiche di purificazione; la limitazione delle proprie necessità
materiali porta anche essa ad una riduzione della violenza verso il mondo
esterno.
4b) Satya
«Sia il vostro parlare si, si; no, no; il di più
viene dal maligno». Matteo, V-37
Satya, la seconda qualità morale, va anch'essa intesa in un ambito
più vasto della semplice veridicità. Essa implica l'astensione
da ogni esagerazione, equivoco, pretesa e simili difetti nel dire o fare
cose che non siano strettamente attinenti a ciò che noi conosciamo
per vero.
Perché nella pratica dello yoga è necessario attenersi sempre
alla verità? Il primo motivo è essenzialmente pratico. Tutti
noi abbiamo sperimentato quanta energia vada sprecata nel dire e sostenere
una menzogna. Apparentemente può sembrare la soluzione più
comoda e semplice per uscire da una situazione spiacevole; ma non tardiamo
a renderci conto che per rendere realistica una bugia, spesso ne dobbiamo
dire altre, costruendo un castello di menzogne che può proseguire
all'infinito. Inoltre, le circostanze della vita sono così imprevedibili
che prima o poi l'inganno viene scoperto. Tutto ciò non ha che
il risultato di complicarci la vita e rendere la nostra mente turbata
ed incerta, allontanandoci da una pratica sincera e proficua.
Il secondo motivo è più sottile. Le situazioni ed i problemi
che incontriamo durante la nostra esistenza sono molteplici ed in continuo
mutamento. La loro soluzione non è né nei libri né
nelle conclusioni fondate sul retto pensiero. L'unica fiaccola in queste
tenebre è la buddhi, o intuizione. Nulla come la falsità
ostacola questa facoltà, perciò è indispensabile
praticare la verità per sviluppare una buddhi non offuscata e pura,
che ci conduca con sicurezza attraverso alle difficoltà che si
presentano durante l'esistenza. Ecco perché l'adepto dello yoga
deve indossare l'armatura di una perfetta veridicità di pensiero,
parola ed azione,
tale che nessuna illusione possa infrangerla.
La verità non è solo limitata al discorso. Vi sono quattro
abusi nel modo di parlare: abuso e oscenità, falsità, calunnia
e mettere in ridicolo ciò che per altri è sacro. Colui che
controlla il suo modo di parlare allontana la malizia da se. Quando la
mente non è più maliziosa, si è raggiunto un notevole
controllo di se, che conduce naturalmente all'amore e alla compassione.
Perciò chi diffonde coscientemente, anche per motivi intrinsecamente
buoni, delle dottrine, ideologie politiche, idee o opinioni che sa essere
false, agisce contro il concetto di satya.
Per estensione, anche il nostro comportamento soggiace alle regole descritte:
colui che per interesse, vergogna o paura si comporta in modo non conforme
a ciò che crede, chi dà 'scandalo', (inteso in senso biblico,
ovvero commette delle azioni che possano turbare o portare su una cattiva
via persone semplici e pure), infrange il precetto di satya. A questo
proposito cito il vangelo di Marco 9, 41-42: «Chi scandalizza anche
uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che
gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli
abissi del mare».
Purtroppo viviamo in quella che gli indiani chiamano "Kali yuga",
l'era di Kali, dea nera, violenta, terribile seppure necessaria. In quest'epoca,
spesso i valori sono ribaltati: infatti oggi uno dei modi più facili
per farsi pubblicità e rimanere popolari, è quello di comportarsi
in modo scandaloso o immorale; un esempio ne sono gli attori del cinema.
Alla loro mancanza partecipano in qualche misura anche coloro che pubblicizzano
o si interessano per pura curiosità a questi comportamenti. Chi
mantiene una vita pura e retta difficilmente diverrà famoso (anche
se vi sono notevoli eccezioni), ma sicuramente avanzerà sulla via
della perfezione e dello yoga.
Colui che vuole infrangere il velo di Maya, l'illusione, e conoscere la
Realtà, deve uniformarsi ai principi fondamentali che la caratterizzano,
i quali sono la Verità e l'Amore.
Nella vita sia interiore che esteriore tutto ciò che contrasta
con la legge dell'amore pone fuori dell'armonia ed è fonte di infinite
sofferenze; ecco dunque perché è necessaria l'ahimsa; allo
stesso modo, la menzogna in qualsiasi forma allontana dall'armonia con
la verità e conduce la mente in uno stato di agitazione e confusione
che rendono impossibile la percezione della Realtà.
4c) Asteya.
Asteya significa letteralmente 'non rubare', ma pure in questo caso
va intesa in senso molto più generale, che non solamente nei termini
compresi nel codice penale.
Infatti 'non rubare' non è che l'aspetto maggiormente evidente
del problema; ogni persona che ha sviluppato un minimo senso morale si
astiene dal furto. Ma vi sono forme più sottili, come l'appropriazione
indebita, l'usare oggetti per uno scopo diverso da quello per cui ci sono
stati affidati o per un tempo maggiore di quello concessoci.
L'adepto dello yoga non prende nulla che non gli appartenga interamente,
non solo come denari o beni, ma anche nelle forme più sottili.
Parimenti godere di credito o privilegi che non gli spettano, oppure superiori
ai propri meriti, rientrano nelle azioni proibite da asteya.
Inoltre, anche l'impossessarsi di idee e concetti originali altrui, senza
un esplicito consenso, è da considerarsi un furto.
Dobbiamo compiere scrupolosamente il nostro dovere, per quanto a volte
appaia noioso o spiacevole, sia che si tratti di lavoro o del nostro impegno
sociale; infatti tutti noi percepiamo un compenso per le mansioni che
svolgiamo, e se le eseguiamo negligentemente o non nei termini pattuiti
frodiamo chi ci retribuisce; parimenti è necessario il nostro impegno
sociale, da prestare nei limiti concessi dalle nostre capacità
ed attitudini, ma dal quale non ci possiamo in nessun caso esimere, delegando
altri al nostro posto: in questo caso 'deruberemmo' i nostri colleghi,
o condiscepoli, o la comunità in generale del nostro impegno, che
può essere piccolo, ma mai insignificante.
Spesso, solo per aver compiuto il nostro dovere, pretendiamo, o ci concediamo
dei compensi, dei privilegi e con un certo autocompiacimento ci sentiamo
buoni, giusti...
Solo quando l'individuo riesce in qualche misura a ridurre la tendenza
all'appropriazione indebita, all'abuso della fiducia, al cattivo uso nelle
sue forme grezze, riuscirà a percepire le forme più sottili
di disonestà di cui è intessuta la nostra vita.
La nostra coscienza, alquanto insensibile, non si turba minimamente quando
commettiamo queste azioni; ma se riflettiamo per qualche attimo, ci rendiamo
conto della frequenza con cui indulgiamo in esse.
Colui che desidera intraprendere il sentiero dello Yoga superiore, dovrà
eliminare sistematicamente queste tendenze indesiderabili, fino a rendere
la coscienza pura, la mente tranquilla.
Leggendo la Bhagavad Gita, uno dei precetti fondamentali che Sri Krishna
impartisce ad Arjuna, consiste nel compiere il proprio dovere, qualunque
esso sia, nobile o umile, disinteressatamente e per amore del Signore;
l'astenersi dall'attendersi un compenso per il suo svolgimento, né
turbarsi per gli effetti che può causare: non abbattersi per i
risultati negativi né esaltarsi per quelli positivi.
Non applicheremo asteya nella sua pienezza fino a quando, oltre che ad
astenerci naturalmente dal furto, non smetteremo di desiderare ciò
che non ci appartiene o non ci spetta.
4d) Brahmacarya
Brahmacarya viene correntemente tradotto come 'continenza', intesa principalmente
come astensione sessuale. Ma la tradizione letterale ha un significato
più vasto, ovvero 'vita di celibato, studio e autocontrollo'.
Per chi intende perseguire la via dell'astanga yoga, è forse uno
dei precetti più ostici da capire e praticare. Inoltre noi cattolici
vediamo come i nostri preti, che fanno voto di celibato, siano spesso
insofferenti di questa limitazione che può apparire anacronistica
ed insensata.
Eppure in tutte le grandi religioni, coloro i quali si dedicavano al servizio
di Dio e del prossimo, praticavano questo voto.
Lapparente contraddizione è forse dovuta ai diversi modi
di intendere il celibato nelle due religioni: nella cattolica per un generico
servizio verso il prossimo, inconciliabile con una famiglia propria; per
l'hindù una potente molla verso il progresso spirituale.
Nell'applicazione di questo precetto, come in altri, appare evidente la
dicotomia tra i due sistemi: l'uno proteso tutto verso l'esterno, il prossimo,
un Dio lontano; l'altra concentrata nel profondo, alla ricerca di Dio
profondamente radicato in sé.
Lo studio sistematico della psiche umana, iniziato agli albori del secolo
da S. Freud, ha reso evidente a tutti quanto la pulsione sessuale sia
uno dei fattori primari e più profondi della nostra natura.
Inoltre nell'uomo , a differenza di quasi tutti i mammiferi superiori,
la attività sessuale non è regolata da un ciclo biologico
preciso e può essere svolta senza soluzione di continuità.
Questi fattori, uniti al desiderio comune a tutti gli aspetti della vita
occidentale contemporanea, di provare il massimo del piacere in tutte
le manifestazioni possibili, hanno condotto ad una 'deificazione' del
sesso, sradicato dal suo naturale contesto dell'amore e della famiglia.
Ciò non può che condurre a insoddisfazioni e tensioni, perché
un piacere effimero come quello sessuale, estrapolato dal suo ambito,
è un'azione incompleta e frustrante.
Mi sembra questa una situazione comune a tante altre nella vita che oggi
conduciamo: pare che l'uomo provi un terrore o una repulsione per ciò
che è naturale. Porterò alcuni esempi: nella farmacologia,
si è progressivamente abbandonata la tradizione millenaria di curarsi
con i prodotti presenti in natura per i prodotti chimici o di sintesi.
Il processo è semplice: si studia la principale sostanza attiva
agente, la si sintetizza in laboratorio, si aggiungono pochi eccipienti,
si eseguono alcuni test clinici a campione e poi la si introduce sul mercato.
Ma non si tiene conto che la natura è estremamente più complessa
e più saggia di noi, e che ci fornisce tutti gli elementi necessari
alla vita, da quelli maggiormente evidenti (che possono essere analizzati
in laboratorio), a quelli presenti a dosi infinitesimali, ma anch'essi
indispensabili perché il ciclo biologico si compia alla perfezione.
Anche nell'alimentazione si è perseguita una via simile: gli alimenti
sono divenuti sempre più raffinati, trattati con sostanze chimiche
ed impoveriti delle sostanze indispensabili ad una corretta alimentazione:
ciò ha portato a danni incalcolabili alla salute dei paesi industrializzati.
L'eccessiva comodità che sempre maggiormente ricerchiamo ci allontana
ogni volta di più dalla terra e dalla natura...
Questa follia, dovuta alla presunzione dell'uomo di poter intervenire
nei processi della natura, con l'intento di 'migliorarla', ci ha portati
alla situazione attuale, poverissima di valori, assolutamente innaturale,
in cui alla ricerca di valori profondi ed immutabili si è sostituita
quella del piacere fruibile ed immediato.
Mi rendo conto che non è vero che nel passato tutto andasse per
il meglio e che tutto ora sia sbagliato; tuttavia ora il fenomeno ha assunto
proporzioni allarmanti; inoltre, mentre fino a qualche decennio fa i gusti
e gli interessi delle varie classi sociali erano diversificati e non vertevano
solo su aspetti puramente materiali, oggi presentano un preoccupante livellamento
verso il basso.
Dopo questa breve analisi, osserviamo il punto di vista dello yoga riguardo
all'attività sessuale.
Come già brevemente accennato nell'introduzione, ci sono sfumature
diverse nell'intendere il brahmacarya. Illustrerò brevemente quelle
di cui sono a conoscenza.
A) Assoluta intransigenza nell'indulgere a qualsiasi attività sessuale
e nella ricerca dei piaceri sensuali (Patanjali, nell'interpretazione
di J. K. Taimni).
B) Indulgere moderatamente nel piacere dei sensi, quando questi non prendano
il sopravvento sulla mente e siano diretti in modo lecito. (B. K. S.Iyengar,
A. C. B. Prabhupada).
C) L'uso di tecniche sessuali in modo rituale per attivare e sviluppare
l'energia evolutiva assopita nelluomo, rappresentata da un serpente
addormentato, Kundalini, situato nel chakra più basso, Muladhara.
(Dhyanabindu Upanisad, Tantrismo).
Ognuno di questi atteggiamenti ha una sua tradizione, ed i punti A) e
B), interpretazioni diverse di Patanjali, sono solo apparentemente contrastanti.
Infatti, se per intraprendere lo yoga superiore è indispensabile
evitare piaceri sensuali, non è necessario astenervisi per tutta
la vita. Nella tradizione della casta sacerdotale hindù, vi erano
quattro fasi ben distinte nella vita religiosa. Nel primo stadio, l'aspirante
brahmino è affidato ad un Guru, ed è un brachmachari, votato
allo studio e all'astinenza (jnana yoga); raggiunta la età adulta,
si sposa, diventa un grhastha, ha famiglia e segue la strada dell'uomo
giusto, che esegue il suo dovere disinteressatamente (karma-yoga); quando
ha visto il figlio di suo figlio, si allontana dalla società da
solo o con la consorte (vanapasthra-asrama) e si dedica alle pratiche
di devozione (Bhakti-yoga); nella vecchiaia si distacca da tutto ciò
che è materiale (sannyasa-asrama) e medita nella solitudine e nel
silenzio (raja yoga).
Come si vede, nell'arco di una singola esistenza sono rappresentati tutti
gli aspetti dello yoga. In quest'ottica è accettabile una vita
normale, dalla quale però devono essere banditi tutti gli eccessi,
i quali turbano la mente e non permettono un avanzamento spirituale.
Perciò la pratica del brahmacarya può essere intrapresa
in qualsiasi momento della vita, dalla giovinezza (nel caso dei monaci),
sia nella maturità o addirittura nella vecchiaia per le persone
normali.
Ma perché è necessaria la pratica dell'astinenza nell'esercizio
dello yoga superiore?
La qualità essenziale per intraprendere la meditazione è
la tranquillità della mente. Ma come la si può mantenere
stabilmente se si è in preda a desideri sensuali? Inoltre l'attività
sessuale comporta una perdita di energia che lo yogi incanala in altre
direzioni.
Scrive Taimni: "Numerosi scrittori occidentali hanno cercato di risolvere
il problema suggerendo un'interpretazione più libera del brahmacarya,
e supponendo che esso non implichi l'astinenza completa ma un esercizio
sessuale moderato e regolato, entro il vincolo legittimo del matrimonio
(...) Per l'adepto serio ed avanzato, questo desiderio di conciliare le
gioie della vita mondana con la pace e la conoscenza trascendente della
vita superiore appare piuttosto patetico, e mostra l'assenza di un senso
reale dei valori circa la realtà della vita yoga, e pertanto scarsa
attitudine a condurre tale vita. Chi giunga a porre sullo stesso piano,
o anche a considerare confrontabili, le gioie sessuali con la pace e con
la beatitudine della vita superiore che lo yogi persegue, deve ancora
sviluppare quella forte intuizione che ci dice di dover inequivocabilmente
sacrificare una pura ombra alla cosa reale, una sensazione passeggera
al massimo dono della vita".
Vi sono anche altri piaceri che dovrebbero essere evitati: luso
di profumi, di pellicce, il compiacersi di una cucina eccessivamente raffinata...
Poiché viviamo in un mondo fisico, siamo continuamente immersi
nelle sensazioni che sollecitano gli organi di senso: quando mangiamo
un piatto gustoso, non possiamo evitare la sensazione piacevole che il
cibo produce entrando in contatto con le papille gustative; il difetto
non sta in cosa proviamo, che è del tutto naturale, ma nel desiderare
che si ripetano le esperienze che comportano sensazioni piacevoli. Ed
è proprio il desiderio (ama) che deve essere sradicato. La mente
dello yogi non si attacca agli oggetti che danno piacere né si
allontana da quelli che danno dolore; il contatto con gli oggetti provoca
una sensazione, ma in essa l'azione si esaurisce.
Pertanto, a differenza della concezione cristiana, il sesso e la sensualità
in generale, non è collegato al senso del 'peccato', bensì
è visto come una pratica che allontana la mente dalla pace e dalla
assenza di tensione necessaria per progredire nei livelli superiori dello
yoga.
La terza via, quella tantrica, parte dal presupposto che l'energia sessuale
sia estremamente potente, e che incanalata nella giusta direzione, per
mezzo di pratiche appropriate, sia in grado di risvegliare Kundalini,
l'energia evolutiva dell'uomo, simboleggiata da un serpente dormente,
attorcigliato alla base della colonna vertebrale. I chakra, nelle persone
comuni, sono visualizzati come fiori di loto con i petali rivolti verso
il basso. Quando la Kundalini viene risvegliata, risalendo il canale energetico
centrale, chiamato Sushumna, trapassa tutti i chakra, da Mulhadara (alla
base della colonna vertebrale), ad Ajna, posto nel centro della fronte,
permettendo all'energia necessaria all'ascesa spirituale di risalire,
per poi traboccare nel momento della piena realizzazione attraverso Sahasrara,
il punto di contatto tra il corpo fisico e quello sottile, posto al vertice
del capo. Con il progredire della consapevolezza, i petali dei chakra
si rivolgono verso l'alto.
I seguaci del Tantra, per risvegliare questa energia, oltre le usuali
tecniche dello yoga, fanno uso anche di pratiche erotiche.
Sebbene queste pratiche non siano riconosciute dalle tradizioni classiche
dello yoga, non vanno intese come un indulgere nei piaceri fisici o desiderio
di procreazione, ma come azioni rituali.
Infatti per gli yogi l'emissione di sperma è intesa come perdita
di energia vitale e perciò da evitare assolutamente. Pertanto l'unione
di un adepto con la sua compagna ha una funzione mistica, simboleggiando
l'eterno amplesso di Siva con Shakti, la potenza, il suo aspetto femminile.
E' perciò evidente l'autocontrollo e la perfetta padronanza di
sé richieste da queste pratiche, la spersonalizzazione dell'atto
stesso necessaria per un effettivo progresso verso la realizzazione che
pochi di noi possono raggiungere, specialmente in ambito occidentale,
dove le tradizioni in merito sono radicalmente diverse.
Perciò la via del Tantra non è assolutamente più
permissiva di quella dello yoga classica, e va seguita solamente se si
ha una naturale predisposizione per essa, e non per trovare una parziale
gratificazione dei sensi.
4e) Aparigraha.
«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mie-
tono, né ammassano nei granai: eppure il Padre vostro
celeste li nutre». Matteo, VI-26
«Osservate come crescono i gigli del campo: non lavo-
rano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Sa-
lomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di
loro». Matteo, VI-28
«Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà
anche il tuo cuo-
re». Matteo, VI-21
Aparigraha significa 'assenza di avidità', o forse meglio ancora,
'non possessività'.
L'istinto al possesso è forse uno dei più radicati e profondi
dell'animo umano. Inoltre, l'avvento della civiltà ha ulteriormente
influenzato questa inclinazione 'naturale' dell'uomo, facendone la base
del suo mantenimento e sviluppo, e così si è gradualmente
passati da una società fondata sull'essere ad una incentrata sull'avere,
in cui ognuno è valutato per ciò che possiede, e non per
ciò che realmente è. (Vedi E. Fromm, Essere e Avere, introduzione).
Ognuno di noi tende ad accumulare sempre di più, oltre al necessario,
oltre ogni ragionevole concetto di benessere, solo per il desiderio infantile
di apparire 'migliore', per impressionare il prossimo.
Analizzando la vita di ognuno di noi apparirà evidente quanto del
nostro tempo e quale parte delle nostre limitate energie vengono sprecate
per accumulare oggetti di cui non abbiamo assolutamente bisogno per vivere.
Inoltre, più cose possediamo e più dobbiamo investire tempo
ed energie per serbarle e difenderle, e proporzionalmente aumenteranno
dolori ed ansietà con l'accrescersi dei beni. Bisogna inoltre considerare
il timore e l'angoscia di perdere quanto possediamo e il dolore che proviamo
quando di tanto in tanto subiamo qualche perdita, ed il rimpianto di dover
abbandonare tutto quando lasciamo questo corpo.
E' assolutamente impensabile di tentare di risolvere i problemi più
profondi della vita, di intraprendere un cammino che conduca alla liberazione
e contemporaneamente sprecare preziose energie nell'accumulare beni. La
mente attaccata al possesso è agitata, inquieta e non può
dedicarsi alla riflessione ed introspezione che lo yoga richiede.
Il limite di quanto è indispensabile e quanto superfluo per il
mantenimento della vita è relativo, e i grandi rishi ci insegnano
fino a che punto estremo può arrivare la rinuncia di beni terreni.
Inoltre bisogna considerare che il senso di attaccamento è indipendente
da quanto realmente possediamo. Una persona può essere circondata
dal lusso senza esserne toccata, e rinunciare ad esso senza rimpianti
quando necessario; al contrario è possibile che un penitente nel
deserto sia profondamente attaccato ai suoi miseri possessi.
In un certo senso, il problema è analogo a brahmacarya: l'attenzione
non va posta sul piacere in sé, ma sul desiderio di ripetere l'esperienza
che l'ha provocato; in aparigraha il problema non verte sull'uso strumentale
che ne possiamo fare, ma sul nostro attaccamento ad essi.
Perciò chi intende intraprendere seriamente la strada dello yoga,
dovrebbe rinunciare ad ammassare beni, ridurre al minimo le proprie esigenze,
eliminare tutte le attività non necessarie che disperdono inutilmente
energie e che sono fonte di turbamento per la mente. Dovrebbe inoltre
essere pronto ad abbandonare in qualsiasi momento, senza rimpianti e lietamente
ciò che possiede.
Inoltre, per la persona religiosa, lammassare beni è un insulto
a Dio: infatti sottintende una mancanza di fede nell'Essere Supremo ed
in sé stessi per provvedere al proprio futuro. Il sadaka invece
deve sviluppare la convinzione che gli giungerà quanto necessario
al momento giusto. Ciò non deve trarre in inganno: non bisogna
diventare passivi, attendendo che il necessario per il nostro sostentamento
ci venga dal cielo: semplicemente, bisogna compiere il proprio dovere
disinteressatamente. Si legge nella Bhagavad Gita: "Questo è
il segno dell'azione satvica: l'uomo agisce senza attaccamento. Non ha
più il senso dell'io nell'azione, ma compie il proprio dovere con
ferma perseveranza ed entusiasmo, e solo per senso del dovere, senza preoccuparsi
affatto del successo o dell'insuccesso". B. G., XVIII, 26.
Aparigraha non è forse che un altro aspetto di asteya, il quale
significa, prima ancore di impossessarsi, di non desiderare ciò
che appartiene ad altri; aparigraha agisce su un piano leggermente superiore,
perché dice di non desiderare, indipendentemente dall'oggetto e
dal suo eventuale possessore. Perciò è impossibile che chi
segue il precetto di aparigraha rubi, si appropri indebitamente di qualcosa
o che solamente ne formuli il pensiero.
4f) Maha-vrata.
"Questi (i cinque voti di yama), non condizionati dalla classe,
dal luogo, dal tempo o dall'occasione ed estesi a tutti gli
stadi, costituiscono il grande voto". Patanjali, II,31
Dopo aver elencato in II,30 le astinenze, in questo sutra alquanto importante
Patanjali spiega con grande chiarezza come queste debbano essere applicate
nel maha-vrata, il grande voto.
Spesso ci si chiede se in casi eccezionali questi precetti possano venire
disattesi. Per esempio, un vostro amico, che sapete innocente, verrà
condannato, e potrete salvarlo solo mentendo (occasione); oppure siete
chiamato a combattere contro dei nemici che attaccano il vostro paese
(tempo);dovete andate in Antartide, dove l'unica fonte di alimentazione
è data dall'uccisione di animali (luogo); un filantropo ammassa
grandi sostanze per poi darle parzialmente a chi è bisognoso. Può
quindi venir meno ad aparigraha? (classe).
Ognuno di noi è posto di fronte ogni giorno a numerose di queste
scelte, e spesso si chiede se può derogare per motivi apparentemente
giusti dall'applicare alla lettera yama. Patanjali è estremamente
chiaro: mai e per nessun motivo si può venir meno alla loro osservanza.
Ciò ha delle implicazioni molto serie, in quanto a volte mantenere
integralmente questi voti, può implicare rischi molto gravi, fino
alla perdita della vita stessa. Per poter seguire questo ideale è
indispensabile una grande forza morale, sostenuta dalla fede che nulla
di male può accadere a chi persegue il giusto. Questo non vuol
assolutamente dire che non si debba soffrire: la sofferenza è dovuta
al karma accumulato nelle vite precedenti, ed è perciò necessario
sopportare le esperienze spiacevoli. Le difficoltà hanno lo scopo
di metterci alla prova, proporzionalmente alle nostre possibilità,
e se dimostriamo la nostra ferma determinazione a compiere il giusto ad
ogni costo, i problemi si risolveranno nel modo più inaspettato.
A questo proposito, scrive Taimni: «L'adepto potrà trovarsi
in gravissime difficoltà, potrà pagare molto cara l'osservanza
dei voti -persino pagarla con la pena estrema, la morte- ma non potrà
mai, in nessuna circostanza, rompere uno dei voti. Anche se per osservare
i voti dovrà sacrificare la vita, egli dovrà superare lietamente
la prova nella ferma convinzione che l'immenso influsso del potere spirituale
che si verificherà necessariamente in tali condizioni, controbilancerà
di gran lunga la perdita di una sola esistenza. (...) Inoltre l'adepto
dovrebbe sapere che in un universo governato dalla legge e fondato sulla
giustizia, nessun vero male potrà capitare a chi cerchi di compiere
il giusto». [1]
Se da un certo punto di vista questa concezione senza compromessi può
indurre l'adepto in serie difficoltà, daltra parte facilita
moltissimo le scelte da compiere, non lasciando alcuno spazio ad ambiguità.
L'universalità del voto non lascia alla mente nessuna scappatoia,
e la linea di condotta in numerosissimi casi sarà completamente
chiara, e potrà seguire il retto sentiero, avendo la certezza che
nessun altro gli si apre.
Si deve osservare che sebbene si insista sulla necessità di compiere
il giusto, quale sia questo giusto sta nell'interpretazione del sadaka,
e la sua sola sensibilità, e non il giudizio altrui deve guidarlo.
Se compie l'ingiusto con retta intenzione, la sofferenza che ne seguirà
servirà naturalmente da insegnamento; ma il desiderio di compiere
ciò che è giusto ad ogni costo rischiarerà progressivamente
la sua facoltà di discernimento, conducendolo allo stadio in cui
sceglierà il giusto con sicurezza, senza più sbagliare.
Ecco perciò un ulteriore motivo per cui una ferrea dirittura morale
è indispensabile per il serio praticante dello yoga.
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