La filosofia e cultura indiana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina principale

Considerazione su Yama e Nyama


a cura di Mahendra (Riccardo Grosso)


Yama


4a) Yama

«I voti di astinenza (yama ) comprendono l'astenersi dalla
violenza (ahimsa), dalla falsità (satya), dal furto (as-
teya), dall'incontinenza (brahmacarya) e dall'avidità
(aparigraha)».
Patanjali, sadhana pada, II-30.


«Tutti i santi e i venerabili del passato, del presente e
del futuro ,tutti dicono, annunciano, proclamano e dichia-
rano: Non uccidere, né maltrattare, né ingiuriare, né tor-
mentare, né perseguitare nessuna specie di creatura, nes-
suna specie di animale, né alcun essere di nessuna sorta.
Ecco il punto, eterno e costante principio della religione
proclamato dai saggi che comprendono il mondo!».

Ayaramgasutra, tradizione Giainista, III sec. d.C.


«Non uccida, non massacri nessun essere vivente, né inciti
altri ad uccidere; sia inoffensivo con tutti gli esseri che
vi sono nel mondo, mobili ed immobili».

Sutra di Dhammiko, Buddha

Vorrei ora analizzare più profondamente ogni singolo precetto componente Yama, ovvero le virtù sociali.
Ahimsa. Come già accennato nel capitolo precedente, ahimsa vuol dire non violenza. Apparentemente il significato del termine è evidente e si sarebbe tentati di andare oltre senza approfondire eccessivamente.
In realtà, la perfetta comprensione di 'non-violenza' è alquanto complessa, né io penso in questa esposizione di scendere molto oltre la superficie del problema. L'analisi inizia dagli aspetti più evidenti per poi scendere a quelli più sottili. Il primo aspetto che si presenta è quello di non uccidere. Non uccidere i propri simili, gli animali, le piante. Purtroppo già questi primi aspetti, all'apparenza macroscopici, vengono disattesi ovunque con una frequenza preoccupante.
E' sufficiente leggere un quotidiano o guardare un notiziario alla televisione per sapere quante guerre, dichiarate o no, imperversano per il mondo. Quanti nostri simili vengono inutilmente uccisi, massacrati, torturati, privati dei loro diritti elementari e della dignità umana. Le creature più deboli, che non hanno la voce per protestare né la forza di difendersi, gli animali, non subiscono una sorte migliore. Vengono uccisi per diletto, per dimostrare una nostra presunta superiorità, per nutrirci. Ci comportiamo verso di loro come se noi fossimo i signori del creato, con assoluto potere su di loro e non come compagni di viaggio. Non mi soffermo sui motivi per cui essere vegetariani, né costituzionali (l'uomo non ha la struttura e l'apparato digerente di un carnivoro),né i vantaggi per la salute (l'accertata associazione di molte gravi malattie all'assunzione di carne), né ultimo, le turbe del carattere associate al cibo animale (maggiore predisposizione alla violenza, all'ira, alla lussuria).
Da studi recenti appare sempre più evidente che anche i vegetali possiedono una loro acuta sensibilità. Quindi è necessario anche nei loro riguardi comportarsi con la massima attenzione. Anche se sono alla base della nostra alimentazione, non bisognerebbe abusarne: acquistare (o coltivare) quelle verdure la cui raccolta pregiudichi il meno possibile la sopravvivenza della pianta; come i cereali, che si raccolgono ormai secchi; oppure i frutti maturi, che hanno terminato il loro ciclo vitale. Inoltre non bisognerebbe neppure mantenere delle scorte eccessive di alimenti deperibili, per evitare di sprecare inutilmente sostanze viventi, la cui crescita ha richiesto dispendio di energia, di tempo, di sofferenze.
Anche la raccolta di fiori, quando non servano ad uso officinale o alimentare, mi sembra una violenza inutile: quale piacere estetico è più puro di vedere un fiore nel suo ambiente naturale, e poi serbarne un prezioso ricordo?
Queste precauzioni possono apparire eccessive, forse addirittura maniacali; ma se crediamo nelle filosofia Yoga, possiamo capire quanto ogni vita, in qualsiasi forma si presenti, sia preziosa e rappresenti per l'essere in cui si manifesta un occasione di avanzamento spirituale; se interrompiamo questo processo, anche involontariamente, appesantiamo il nostro karma (insieme delle azioni commesse in questa vita ed in quelle precedenti).
Ahimsa non vuol dire solamente non uccidere, ma l'essere completamente inoffensivo; pertanto la prevaricazione esercitata sugli altri esseri, sia essa fisica o morale, irridere le convinzioni o le credenze altrui, rientrano nell'ambito delle azioni da evitare. Ma la non-violenza non consiste in un elenco di comportamento pratico; essa è una qualità dinamica della mente, e come tale varia nell'applicazione con le circostanze, poiché ogni situazione è unica ed esige un modo di affrontarla nuova e vitale. La giusta visione non è data in modo meccanico, solamente soppesando l'insieme dei fatti, ma è una facoltà della buddhi, la facoltà discriminativa, che attraverso un lungo tirocinio, riesce sempre con minore approssimazione a compiere l'azione giusta.
Molti tendono ad affermare che la perfetta ahimsa è irraggiungibile e quindi ne traggono un alibi per comportarsi nel modo più comodo o piacevole. Ma chi si vuole perfezionare, non deve badare a queste deboli giustificazioni; sorveglia la propria mente, le parole e le azioni e comincia a metterle il accordo con tale ideale. Analizza il proprio comportamento e ne trae un insegnamento per il futuro. Lentamente, avanzando nella pratica, la crudeltà, le ingiustizie insite nei suoi pensieri gli si rivelano gradualmente e ciò gli permetterà di riconoscere intuitivamente il giusto comportamento in ogni circostanza. Lentamente il concetto di inoffensività si muterà in quello di amore, di amore dinamico e positivo, inteso sia come compassione che come servizio verso gli altri.
Il concetto di amore richiede alcune precisazioni. Per essere totale, deve essere impersonale e disinteressato. Questa affermazione può apparire un poco strana, poiché siamo abituati ad amare i nostri cari, coloro con i abbiamo un rapporto di affetto e di simpatia. Questo genere di amore è però alquanto instabile: un mutamento di interessi, un ingratitudine, un tradimento, lo stesso scorrere del tempo possono farlo diminuire o addirittura cessare. L'amore rivolto ad ogni essere vivente in quanto tale, senza badare se sia simpatico o odioso, bello o brutto, non può mai venire meno, generando una corrente di compassione (nel senso etimologico del termine, ossia di conoscere il dolore altrui e condividerlo) che non si esaurisce.
Questo sentimento è insito nella cultura hindù (intesa in senso ideale, indipendentemente dalle sue manifestazioni effettive): infatti è più facile amare credendo che in ogni creatura viventi alberghi un'anima immortale, incarnatasi su questa terra per intraprendere il suo cammino spirituale, e che tornerà sotto svariate forme, fino a quando, purificatasi attraverso la sofferenza, non spezzerà la catena delle rinascite.
Il concetto di compassione universale (karuna) e benevolenza universale (maitri) sono alla base della dottrina di Gotama, il Buddha: «La mia dottrina è una dottrina di compassione: ecco perché i felici del mondo la trovano difficile. Bisogna rispettare l'ordine stabilito delle cose, ma la via della salvezza è aperta a tutti; la nascita non condanna nessun essere alla ignoranza e alla disgrazia...» E dicendo che la via della salvezza è aperta a tutti, si può intendere non solo gli uomini, ma a tutti gli esseri viventi. In Giappone si celebra ogni anno una cerimonia del buddismo Mahayana, «The animal-releasing ceremony», in cui vengono liberati animali che sono stati comprati apposta per salvarli dalla prigionia e dalla sofferenza.
Nel messaggio che il quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso (la più alta autorità politica e religiosa del Tibet),pronunciò ad Assisi nel 1986 il giorno delle Preghiere per la Pace del Mondo, c'è questa frase testuale: «My religion is very simple: my religion is kindness». (la mia religione è bontà, gentilezza). Sono occorsi secoli, millenni di incommensurabili sofferenze individuali e storiche, (un esempio sono quelle patite nel silenzio e disinteresse universale dai Tibetani...) per poter giungere a formulare una affermazione breve e profonda come questa.
Parallelamente ad ahimsa, procedono abhaya (libertà dalla paura) e akrodha (libertà dall'ira). L'uomo comune vive immerso nelle paure: quella di perdere il proprio benessere, le persone care, del futuro, della morte... Ciò è causata dall'ignoranza, che porta a identificare noi stessi al nostro corpo, ed a legare ad esso il nostro destino. Sebbene il corpo sia soggetto alle malattie, all'invecchiamento ed infine alla morte, lo spirito rimane inalterato.
Quando si raggiunge la consapevolezza non solo intellettuale ma profonda ed intuitiva di ciò, le paure improvvisamente spariscono ed anzi la certezza della morte è uno stimolo ad impiegare questa vita nel migliore dei modi, compiendo il proprio dovere disinteressatamente, amando il prossimo e Dio.
Vi sono due tipi di ira, uno che degrada, l'altro eleva. La radice del primo è l'orgoglio e l'attaccamento al proprio io limitato e conduce agli eccessi che ognuno di noi purtroppo conosce. Il manifestarsi dell'ira conduce al disprezzo, al rancore ed all'odio. Perciò è evidente il motivo per cui tutti noi ce ne dovremmo astenere. Il secondo tipo è, per esempio, quella che lo yogi manifesta verso sé stesso quando sbaglia, quando la sua conoscenza del giusto non lo trattiene dalla follia e dall'errore.
Spesso parliamo della giustizia. La pretendiamo quando riceviamo qualche torto, ma imploriamo comprensione e perdono quando siamo noi a commetterlo. L'adepto, viceversa, sa che dovrebbe esserci giustizia per una sua mancanza, e pietà per quella commessa da un altro.
Approfondendo lo studio dei Sutra di Patanjali ci si rende conto sempre più chiaramente di quanto le virtù che compongono Yama e Niyama siano intimamente legate ed interdipendenti, e che la mancanza di una sola di queste qualità portino a decadere l'intera struttura di cui sono alla base.
Infatti, come può un individuo essere non violento e poi venir meno alla pratica della verità, calunniando altre persone, o appropriandosi di ciò che non gli appartiene, o essere tanto attaccato al possesso da non saper condividere con gli altri ciò che possiede? Queste azioni sono tutte, a livello sottile, delle forme di violenza.
Inoltre, chi può praticare ahimsa, avere il coraggio di rinunciare totalmente a difendersi, se non crede che ci sia un Dio che lo protegge, ovvero, che permette che gli accada solo ciò che è giusto per lui?
La violenza è frutto di ignoranza, quindi è impossibile superarla senza la riflessione sui propri atti, la conoscenza del Sé attraverso lo studio dei testi Sacri, l'esempio di un Maestro, l'esecuzione delle pratiche di purificazione; la limitazione delle proprie necessità materiali porta anche essa ad una riduzione della violenza verso il mondo esterno.

4b) Satya


«Sia il vostro parlare si, si; no, no; il di più
viene dal maligno».
Matteo, V-37


Satya, la seconda qualità morale, va anch'essa intesa in un ambito più vasto della semplice veridicità. Essa implica l'astensione da ogni esagerazione, equivoco, pretesa e simili difetti nel dire o fare cose che non siano strettamente attinenti a ciò che noi conosciamo per vero.
Perché nella pratica dello yoga è necessario attenersi sempre alla verità? Il primo motivo è essenzialmente pratico. Tutti noi abbiamo sperimentato quanta energia vada sprecata nel dire e sostenere una menzogna. Apparentemente può sembrare la soluzione più comoda e semplice per uscire da una situazione spiacevole; ma non tardiamo a renderci conto che per rendere realistica una bugia, spesso ne dobbiamo dire altre, costruendo un castello di menzogne che può proseguire all'infinito. Inoltre, le circostanze della vita sono così imprevedibili che prima o poi l'inganno viene scoperto. Tutto ciò non ha che il risultato di complicarci la vita e rendere la nostra mente turbata ed incerta, allontanandoci da una pratica sincera e proficua.
Il secondo motivo è più sottile. Le situazioni ed i problemi che incontriamo durante la nostra esistenza sono molteplici ed in continuo mutamento. La loro soluzione non è né nei libri né nelle conclusioni fondate sul retto pensiero. L'unica fiaccola in queste tenebre è la buddhi, o intuizione. Nulla come la falsità ostacola questa facoltà, perciò è indispensabile praticare la verità per sviluppare una buddhi non offuscata e pura, che ci conduca con sicurezza attraverso alle difficoltà che si presentano durante l'esistenza. Ecco perché l'adepto dello yoga deve indossare l'armatura di una perfetta veridicità di pensiero, parola ed azione,
tale che nessuna illusione possa infrangerla.
La verità non è solo limitata al discorso. Vi sono quattro abusi nel modo di parlare: abuso e oscenità, falsità, calunnia e mettere in ridicolo ciò che per altri è sacro. Colui che controlla il suo modo di parlare allontana la malizia da se. Quando la mente non è più maliziosa, si è raggiunto un notevole controllo di se, che conduce naturalmente all'amore e alla compassione.
Perciò chi diffonde coscientemente, anche per motivi intrinsecamente buoni, delle dottrine, ideologie politiche, idee o opinioni che sa essere false, agisce contro il concetto di satya.
Per estensione, anche il nostro comportamento soggiace alle regole descritte: colui che per interesse, vergogna o paura si comporta in modo non conforme a ciò che crede, chi dà 'scandalo', (inteso in senso biblico, ovvero commette delle azioni che possano turbare o portare su una cattiva via persone semplici e pure), infrange il precetto di satya. A questo proposito cito il vangelo di Marco 9, 41-42: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare».
Purtroppo viviamo in quella che gli indiani chiamano "Kali yuga", l'era di Kali, dea nera, violenta, terribile seppure necessaria. In quest'epoca, spesso i valori sono ribaltati: infatti oggi uno dei modi più facili per farsi pubblicità e rimanere popolari, è quello di comportarsi in modo scandaloso o immorale; un esempio ne sono gli attori del cinema. Alla loro mancanza partecipano in qualche misura anche coloro che pubblicizzano o si interessano per pura curiosità a questi comportamenti. Chi mantiene una vita pura e retta difficilmente diverrà famoso (anche se vi sono notevoli eccezioni), ma sicuramente avanzerà sulla via della perfezione e dello yoga.
Colui che vuole infrangere il velo di Maya, l'illusione, e conoscere la Realtà, deve uniformarsi ai principi fondamentali che la caratterizzano, i quali sono la Verità e l'Amore.
Nella vita sia interiore che esteriore tutto ciò che contrasta con la legge dell'amore pone fuori dell'armonia ed è fonte di infinite sofferenze; ecco dunque perché è necessaria l'ahimsa; allo stesso modo, la menzogna in qualsiasi forma allontana dall'armonia con la verità e conduce la mente in uno stato di agitazione e confusione che rendono impossibile la percezione della Realtà.

4c) Asteya.

Asteya significa letteralmente 'non rubare', ma pure in questo caso va intesa in senso molto più generale, che non solamente nei termini compresi nel codice penale.
Infatti 'non rubare' non è che l'aspetto maggiormente evidente del problema; ogni persona che ha sviluppato un minimo senso morale si astiene dal furto. Ma vi sono forme più sottili, come l'appropriazione indebita, l'usare oggetti per uno scopo diverso da quello per cui ci sono stati affidati o per un tempo maggiore di quello concessoci.
L'adepto dello yoga non prende nulla che non gli appartenga interamente, non solo come denari o beni, ma anche nelle forme più sottili.
Parimenti godere di credito o privilegi che non gli spettano, oppure superiori ai propri meriti, rientrano nelle azioni proibite da asteya.
Inoltre, anche l'impossessarsi di idee e concetti originali altrui, senza un esplicito consenso, è da considerarsi un furto.
Dobbiamo compiere scrupolosamente il nostro dovere, per quanto a volte appaia noioso o spiacevole, sia che si tratti di lavoro o del nostro impegno sociale; infatti tutti noi percepiamo un compenso per le mansioni che svolgiamo, e se le eseguiamo negligentemente o non nei termini pattuiti frodiamo chi ci retribuisce; parimenti è necessario il nostro impegno sociale, da prestare nei limiti concessi dalle nostre capacità ed attitudini, ma dal quale non ci possiamo in nessun caso esimere, delegando altri al nostro posto: in questo caso 'deruberemmo' i nostri colleghi, o condiscepoli, o la comunità in generale del nostro impegno, che può essere piccolo, ma mai insignificante.
Spesso, solo per aver compiuto il nostro dovere, pretendiamo, o ci concediamo dei compensi, dei privilegi e con un certo autocompiacimento ci sentiamo buoni, giusti...
Solo quando l'individuo riesce in qualche misura a ridurre la tendenza all'appropriazione indebita, all'abuso della fiducia, al cattivo uso nelle sue forme grezze, riuscirà a percepire le forme più sottili di disonestà di cui è intessuta la nostra vita.
La nostra coscienza, alquanto insensibile, non si turba minimamente quando commettiamo queste azioni; ma se riflettiamo per qualche attimo, ci rendiamo conto della frequenza con cui indulgiamo in esse.
Colui che desidera intraprendere il sentiero dello Yoga superiore, dovrà eliminare sistematicamente queste tendenze indesiderabili, fino a rendere la coscienza pura, la mente tranquilla.
Leggendo la Bhagavad Gita, uno dei precetti fondamentali che Sri Krishna impartisce ad Arjuna, consiste nel compiere il proprio dovere, qualunque esso sia, nobile o umile, disinteressatamente e per amore del Signore; l'astenersi dall'attendersi un compenso per il suo svolgimento, né turbarsi per gli effetti che può causare: non abbattersi per i risultati negativi né esaltarsi per quelli positivi.
Non applicheremo asteya nella sua pienezza fino a quando, oltre che ad astenerci naturalmente dal furto, non smetteremo di desiderare ciò che non ci appartiene o non ci spetta.

4d) Brahmacarya

Brahmacarya viene correntemente tradotto come 'continenza', intesa principalmente come astensione sessuale. Ma la tradizione letterale ha un significato più vasto, ovvero 'vita di celibato, studio e autocontrollo'.
Per chi intende perseguire la via dell'astanga yoga, è forse uno dei precetti più ostici da capire e praticare. Inoltre noi cattolici vediamo come i nostri preti, che fanno voto di celibato, siano spesso insofferenti di questa limitazione che può apparire anacronistica ed insensata.
Eppure in tutte le grandi religioni, coloro i quali si dedicavano al servizio di Dio e del prossimo, praticavano questo voto.
L’apparente contraddizione è forse dovuta ai diversi modi di intendere il celibato nelle due religioni: nella cattolica per un generico servizio verso il prossimo, inconciliabile con una famiglia propria; per l'hindù una potente molla verso il progresso spirituale.
Nell'applicazione di questo precetto, come in altri, appare evidente la dicotomia tra i due sistemi: l'uno proteso tutto verso l'esterno, il prossimo, un Dio lontano; l'altra concentrata nel profondo, alla ricerca di Dio profondamente radicato in sé.
Lo studio sistematico della psiche umana, iniziato agli albori del secolo da S. Freud, ha reso evidente a tutti quanto la pulsione sessuale sia uno dei fattori primari e più profondi della nostra natura.
Inoltre nell'uomo , a differenza di quasi tutti i mammiferi superiori, la attività sessuale non è regolata da un ciclo biologico preciso e può essere svolta senza soluzione di continuità.
Questi fattori, uniti al desiderio comune a tutti gli aspetti della vita occidentale contemporanea, di provare il massimo del piacere in tutte le manifestazioni possibili, hanno condotto ad una 'deificazione' del sesso, sradicato dal suo naturale contesto dell'amore e della famiglia.
Ciò non può che condurre a insoddisfazioni e tensioni, perché un piacere effimero come quello sessuale, estrapolato dal suo ambito, è un'azione incompleta e frustrante.
Mi sembra questa una situazione comune a tante altre nella vita che oggi conduciamo: pare che l'uomo provi un terrore o una repulsione per ciò che è naturale. Porterò alcuni esempi: nella farmacologia, si è progressivamente abbandonata la tradizione millenaria di curarsi con i prodotti presenti in natura per i prodotti chimici o di sintesi. Il processo è semplice: si studia la principale sostanza attiva agente, la si sintetizza in laboratorio, si aggiungono pochi eccipienti, si eseguono alcuni test clinici a campione e poi la si introduce sul mercato. Ma non si tiene conto che la natura è estremamente più complessa e più saggia di noi, e che ci fornisce tutti gli elementi necessari alla vita, da quelli maggiormente evidenti (che possono essere analizzati in laboratorio), a quelli presenti a dosi infinitesimali, ma anch'essi indispensabili perché il ciclo biologico si compia alla perfezione. Anche nell'alimentazione si è perseguita una via simile: gli alimenti sono divenuti sempre più raffinati, trattati con sostanze chimiche ed impoveriti delle sostanze indispensabili ad una corretta alimentazione: ciò ha portato a danni incalcolabili alla salute dei paesi industrializzati.
L'eccessiva comodità che sempre maggiormente ricerchiamo ci allontana ogni volta di più dalla terra e dalla natura...
Questa follia, dovuta alla presunzione dell'uomo di poter intervenire nei processi della natura, con l'intento di 'migliorarla', ci ha portati alla situazione attuale, poverissima di valori, assolutamente innaturale, in cui alla ricerca di valori profondi ed immutabili si è sostituita quella del piacere fruibile ed immediato.
Mi rendo conto che non è vero che nel passato tutto andasse per il meglio e che tutto ora sia sbagliato; tuttavia ora il fenomeno ha assunto proporzioni allarmanti; inoltre, mentre fino a qualche decennio fa i gusti e gli interessi delle varie classi sociali erano diversificati e non vertevano solo su aspetti puramente materiali, oggi presentano un preoccupante livellamento verso il basso.
Dopo questa breve analisi, osserviamo il punto di vista dello yoga riguardo all'attività sessuale.
Come già brevemente accennato nell'introduzione, ci sono sfumature diverse nell'intendere il brahmacarya. Illustrerò brevemente quelle di cui sono a conoscenza.
A) Assoluta intransigenza nell'indulgere a qualsiasi attività sessuale e nella ricerca dei piaceri sensuali (Patanjali, nell'interpretazione di J. K. Taimni).
B) Indulgere moderatamente nel piacere dei sensi, quando questi non prendano il sopravvento sulla mente e siano diretti in modo lecito. (B. K. S.Iyengar, A. C. B. Prabhupada).
C) L'uso di tecniche sessuali in modo rituale per attivare e sviluppare l'energia evolutiva assopita nell’uomo, rappresentata da un serpente addormentato, Kundalini, situato nel chakra più basso, Muladhara. (Dhyanabindu Upanisad, Tantrismo).
Ognuno di questi atteggiamenti ha una sua tradizione, ed i punti A) e B), interpretazioni diverse di Patanjali, sono solo apparentemente contrastanti.
Infatti, se per intraprendere lo yoga superiore è indispensabile evitare piaceri sensuali, non è necessario astenervisi per tutta la vita. Nella tradizione della casta sacerdotale hindù, vi erano quattro fasi ben distinte nella vita religiosa. Nel primo stadio, l'aspirante brahmino è affidato ad un Guru, ed è un brachmachari, votato allo studio e all'astinenza (jnana yoga); raggiunta la età adulta, si sposa, diventa un grhastha, ha famiglia e segue la strada dell'uomo giusto, che esegue il suo dovere disinteressatamente (karma-yoga); quando ha visto il figlio di suo figlio, si allontana dalla società da solo o con la consorte (vanapasthra-asrama) e si dedica alle pratiche di devozione (Bhakti-yoga); nella vecchiaia si distacca da tutto ciò che è materiale (sannyasa-asrama) e medita nella solitudine e nel silenzio (raja yoga).
Come si vede, nell'arco di una singola esistenza sono rappresentati tutti gli aspetti dello yoga. In quest'ottica è accettabile una vita normale, dalla quale però devono essere banditi tutti gli eccessi, i quali turbano la mente e non permettono un avanzamento spirituale.
Perciò la pratica del brahmacarya può essere intrapresa in qualsiasi momento della vita, dalla giovinezza (nel caso dei monaci), sia nella maturità o addirittura nella vecchiaia per le persone normali.
Ma perché è necessaria la pratica dell'astinenza nell'esercizio dello yoga superiore?
La qualità essenziale per intraprendere la meditazione è la tranquillità della mente. Ma come la si può mantenere stabilmente se si è in preda a desideri sensuali? Inoltre l'attività sessuale comporta una perdita di energia che lo yogi incanala in altre direzioni.
Scrive Taimni: "Numerosi scrittori occidentali hanno cercato di risolvere il problema suggerendo un'interpretazione più libera del brahmacarya, e supponendo che esso non implichi l'astinenza completa ma un esercizio sessuale moderato e regolato, entro il vincolo legittimo del matrimonio (...) Per l'adepto serio ed avanzato, questo desiderio di conciliare le gioie della vita mondana con la pace e la conoscenza trascendente della vita superiore appare piuttosto patetico, e mostra l'assenza di un senso reale dei valori circa la realtà della vita yoga, e pertanto scarsa attitudine a condurre tale vita. Chi giunga a porre sullo stesso piano, o anche a considerare confrontabili, le gioie sessuali con la pace e con la beatitudine della vita superiore che lo yogi persegue, deve ancora sviluppare quella forte intuizione che ci dice di dover inequivocabilmente sacrificare una pura ombra alla cosa reale, una sensazione passeggera al massimo dono della vita".
Vi sono anche altri piaceri che dovrebbero essere evitati: l’uso di profumi, di pellicce, il compiacersi di una cucina eccessivamente raffinata... Poiché viviamo in un mondo fisico, siamo continuamente immersi nelle sensazioni che sollecitano gli organi di senso: quando mangiamo un piatto gustoso, non possiamo evitare la sensazione piacevole che il cibo produce entrando in contatto con le papille gustative; il difetto non sta in cosa proviamo, che è del tutto naturale, ma nel desiderare che si ripetano le esperienze che comportano sensazioni piacevoli. Ed è proprio il desiderio (ama) che deve essere sradicato. La mente dello yogi non si attacca agli oggetti che danno piacere né si allontana da quelli che danno dolore; il contatto con gli oggetti provoca una sensazione, ma in essa l'azione si esaurisce.
Pertanto, a differenza della concezione cristiana, il sesso e la sensualità in generale, non è collegato al senso del 'peccato', bensì è visto come una pratica che allontana la mente dalla pace e dalla assenza di tensione necessaria per progredire nei livelli superiori dello yoga.
La terza via, quella tantrica, parte dal presupposto che l'energia sessuale sia estremamente potente, e che incanalata nella giusta direzione, per mezzo di pratiche appropriate, sia in grado di risvegliare Kundalini, l'energia evolutiva dell'uomo, simboleggiata da un serpente dormente, attorcigliato alla base della colonna vertebrale. I chakra, nelle persone comuni, sono visualizzati come fiori di loto con i petali rivolti verso il basso. Quando la Kundalini viene risvegliata, risalendo il canale energetico centrale, chiamato Sushumna, trapassa tutti i chakra, da Mulhadara (alla base della colonna vertebrale), ad Ajna, posto nel centro della fronte, permettendo all'energia necessaria all'ascesa spirituale di risalire, per poi traboccare nel momento della piena realizzazione attraverso Sahasrara, il punto di contatto tra il corpo fisico e quello sottile, posto al vertice del capo. Con il progredire della consapevolezza, i petali dei chakra si rivolgono verso l'alto.
I seguaci del Tantra, per risvegliare questa energia, oltre le usuali tecniche dello yoga, fanno uso anche di pratiche erotiche.
Sebbene queste pratiche non siano riconosciute dalle tradizioni classiche dello yoga, non vanno intese come un indulgere nei piaceri fisici o desiderio di procreazione, ma come azioni rituali.
Infatti per gli yogi l'emissione di sperma è intesa come perdita di energia vitale e perciò da evitare assolutamente. Pertanto l'unione di un adepto con la sua compagna ha una funzione mistica, simboleggiando l'eterno amplesso di Siva con Shakti, la potenza, il suo aspetto femminile.
E' perciò evidente l'autocontrollo e la perfetta padronanza di sé richieste da queste pratiche, la spersonalizzazione dell'atto stesso necessaria per un effettivo progresso verso la realizzazione che pochi di noi possono raggiungere, specialmente in ambito occidentale, dove le tradizioni in merito sono radicalmente diverse.
Perciò la via del Tantra non è assolutamente più permissiva di quella dello yoga classica, e va seguita solamente se si ha una naturale predisposizione per essa, e non per trovare una parziale gratificazione dei sensi.


4e) Aparigraha.


«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mie-
tono, né ammassano nei granai: eppure il Padre vostro
celeste li nutre»
. Matteo, VI-26

«Osservate come crescono i gigli del campo: non lavo-
rano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Sa-
lomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di
loro»
. Matteo, VI-28

«Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuo-
re»
. Matteo, VI-21


Aparigraha significa 'assenza di avidità', o forse meglio ancora, 'non possessività'.
L'istinto al possesso è forse uno dei più radicati e profondi dell'animo umano. Inoltre, l'avvento della civiltà ha ulteriormente influenzato questa inclinazione 'naturale' dell'uomo, facendone la base del suo mantenimento e sviluppo, e così si è gradualmente passati da una società fondata sull'essere ad una incentrata sull'avere, in cui ognuno è valutato per ciò che possiede, e non per ciò che realmente è. (Vedi E. Fromm, Essere e Avere, introduzione).
Ognuno di noi tende ad accumulare sempre di più, oltre al necessario, oltre ogni ragionevole concetto di benessere, solo per il desiderio infantile di apparire 'migliore', per impressionare il prossimo.
Analizzando la vita di ognuno di noi apparirà evidente quanto del nostro tempo e quale parte delle nostre limitate energie vengono sprecate per accumulare oggetti di cui non abbiamo assolutamente bisogno per vivere.
Inoltre, più cose possediamo e più dobbiamo investire tempo ed energie per serbarle e difenderle, e proporzionalmente aumenteranno dolori ed ansietà con l'accrescersi dei beni. Bisogna inoltre considerare il timore e l'angoscia di perdere quanto possediamo e il dolore che proviamo quando di tanto in tanto subiamo qualche perdita, ed il rimpianto di dover abbandonare tutto quando lasciamo questo corpo.
E' assolutamente impensabile di tentare di risolvere i problemi più profondi della vita, di intraprendere un cammino che conduca alla liberazione e contemporaneamente sprecare preziose energie nell'accumulare beni. La mente attaccata al possesso è agitata, inquieta e non può dedicarsi alla riflessione ed introspezione che lo yoga richiede.
Il limite di quanto è indispensabile e quanto superfluo per il mantenimento della vita è relativo, e i grandi rishi ci insegnano fino a che punto estremo può arrivare la rinuncia di beni terreni. Inoltre bisogna considerare che il senso di attaccamento è indipendente da quanto realmente possediamo. Una persona può essere circondata dal lusso senza esserne toccata, e rinunciare ad esso senza rimpianti quando necessario; al contrario è possibile che un penitente nel deserto sia profondamente attaccato ai suoi miseri possessi.
In un certo senso, il problema è analogo a brahmacarya: l'attenzione non va posta sul piacere in sé, ma sul desiderio di ripetere l'esperienza che l'ha provocato; in aparigraha il problema non verte sull'uso strumentale che ne possiamo fare, ma sul nostro attaccamento ad essi.
Perciò chi intende intraprendere seriamente la strada dello yoga, dovrebbe rinunciare ad ammassare beni, ridurre al minimo le proprie esigenze, eliminare tutte le attività non necessarie che disperdono inutilmente energie e che sono fonte di turbamento per la mente. Dovrebbe inoltre essere pronto ad abbandonare in qualsiasi momento, senza rimpianti e lietamente ciò che possiede.
Inoltre, per la persona religiosa, l’ammassare beni è un insulto a Dio: infatti sottintende una mancanza di fede nell'Essere Supremo ed in sé stessi per provvedere al proprio futuro. Il sadaka invece deve sviluppare la convinzione che gli giungerà quanto necessario al momento giusto. Ciò non deve trarre in inganno: non bisogna diventare passivi, attendendo che il necessario per il nostro sostentamento ci venga dal cielo: semplicemente, bisogna compiere il proprio dovere disinteressatamente. Si legge nella Bhagavad Gita: "Questo è il segno dell'azione satvica: l'uomo agisce senza attaccamento. Non ha più il senso dell'io nell'azione, ma compie il proprio dovere con ferma perseveranza ed entusiasmo, e solo per senso del dovere, senza preoccuparsi affatto del successo o dell'insuccesso". B. G., XVIII, 26.
Aparigraha non è forse che un altro aspetto di asteya, il quale significa, prima ancore di impossessarsi, di non desiderare ciò che appartiene ad altri; aparigraha agisce su un piano leggermente superiore, perché dice di non desiderare, indipendentemente dall'oggetto e dal suo eventuale possessore. Perciò è impossibile che chi segue il precetto di aparigraha rubi, si appropri indebitamente di qualcosa o che solamente ne formuli il pensiero.

 

4f) Maha-vrata.


"Questi (i cinque voti di yama), non condizionati dalla classe,
dal luogo, dal tempo o dall'occasione ed estesi a tutti gli
stadi, costituiscono il grande voto"
. Patanjali, II,31


Dopo aver elencato in II,30 le astinenze, in questo sutra alquanto importante Patanjali spiega con grande chiarezza come queste debbano essere applicate nel maha-vrata, il grande voto.
Spesso ci si chiede se in casi eccezionali questi precetti possano venire disattesi. Per esempio, un vostro amico, che sapete innocente, verrà condannato, e potrete salvarlo solo mentendo (occasione); oppure siete chiamato a combattere contro dei nemici che attaccano il vostro paese (tempo);dovete andate in Antartide, dove l'unica fonte di alimentazione è data dall'uccisione di animali (luogo); un filantropo ammassa grandi sostanze per poi darle parzialmente a chi è bisognoso. Può quindi venir meno ad aparigraha? (classe).
Ognuno di noi è posto di fronte ogni giorno a numerose di queste scelte, e spesso si chiede se può derogare per motivi apparentemente giusti dall'applicare alla lettera yama. Patanjali è estremamente chiaro: mai e per nessun motivo si può venir meno alla loro osservanza.
Ciò ha delle implicazioni molto serie, in quanto a volte mantenere integralmente questi voti, può implicare rischi molto gravi, fino alla perdita della vita stessa. Per poter seguire questo ideale è indispensabile una grande forza morale, sostenuta dalla fede che nulla di male può accadere a chi persegue il giusto. Questo non vuol assolutamente dire che non si debba soffrire: la sofferenza è dovuta al karma accumulato nelle vite precedenti, ed è perciò necessario sopportare le esperienze spiacevoli. Le difficoltà hanno lo scopo di metterci alla prova, proporzionalmente alle nostre possibilità, e se dimostriamo la nostra ferma determinazione a compiere il giusto ad ogni costo, i problemi si risolveranno nel modo più inaspettato.
A questo proposito, scrive Taimni: «L'adepto potrà trovarsi in gravissime difficoltà, potrà pagare molto cara l'osservanza dei voti -persino pagarla con la pena estrema, la morte- ma non potrà mai, in nessuna circostanza, rompere uno dei voti. Anche se per osservare i voti dovrà sacrificare la vita, egli dovrà superare lietamente la prova nella ferma convinzione che l'immenso influsso del potere spirituale che si verificherà necessariamente in tali condizioni, controbilancerà di gran lunga la perdita di una sola esistenza. (...) Inoltre l'adepto dovrebbe sapere che in un universo governato dalla legge e fondato sulla giustizia, nessun vero male potrà capitare a chi cerchi di compiere il giusto». [1]
Se da un certo punto di vista questa concezione senza compromessi può indurre l'adepto in serie difficoltà, d’altra parte facilita moltissimo le scelte da compiere, non lasciando alcuno spazio ad ambiguità. L'universalità del voto non lascia alla mente nessuna scappatoia, e la linea di condotta in numerosissimi casi sarà completamente chiara, e potrà seguire il retto sentiero, avendo la certezza che nessun altro gli si apre.
Si deve osservare che sebbene si insista sulla necessità di compiere il giusto, quale sia questo giusto sta nell'interpretazione del sadaka, e la sua sola sensibilità, e non il giudizio altrui deve guidarlo. Se compie l'ingiusto con retta intenzione, la sofferenza che ne seguirà servirà naturalmente da insegnamento; ma il desiderio di compiere ciò che è giusto ad ogni costo rischiarerà progressivamente la sua facoltà di discernimento, conducendolo allo stadio in cui sceglierà il giusto con sicurezza, senza più sbagliare.
Ecco perciò un ulteriore motivo per cui una ferrea dirittura morale è indispensabile per il serio praticante dello yoga.

 

Nota 1
Se si osserva il mondo in modo superficiale, questa affermazione di Taimni può sembrare eccessivamente ottimistica, forse azzardata. I violenti, i falsi e gli ipocriti apparentemente prosperano, mentre gli onesti ed i deboli sono oppressi e soffrono.
Ma la prova dell'esistenza di una armonia e giustizia ci viene fornita dalla scienza moderna. I progressi della fisica teorica contemporanea sono stupefacenti, e siamo ad un passo da una scoperta che ci fornirà la comprensione profonda dei meccanismi che reggono l'universo fisico.
Sono quattro le forze fondamentali che regolano la natura. Due di esse sono note da secoli perché i loro effetti sono facilmente percepibili: la forza di gravità e la forza elettromagnetica (che spiega le proprietà della luce ed il comportamento chimico degli atomi). Le altre due - scoperte della fisica contemporanea - sono l'interazione forte, che tiene insieme le particelle del nucleo atomico e l'interazione debole, responsabile del decadimento radioattivo della materia. Da tempo i fisici sospettavano l'esistenza di un principio generale che unifichi queste quattro forze. Attorno a questa idea Einstein lavorò inutilmente per trent’anni, finché nel 1967 i futuri premi nobel A.Salam e S.Weinberg formularono una teoria matematica che ipotizzava la fondamentale unità tra la forza elettromagnetica e l'interazione debole: queste due forze sarebbero in realtà aspetti diversi di una grande forza, chiamata elettrodebole. La dimostrazione dell'esattezza di questa teoria si ebbe con l'esperimento di C. Rubbia nel 1983, al Cern di Ginevra. Frattanto venne formulata un'altra teoria matematica che permetteva di affermare che la forza elettrodebole e l'interazione forte sono a loro volta aspetti di un'unica forza. E pertanto lecito pensare che esista una legge fisico-matematica che inglobi in una sola grande teoria unificata anche la forza di gravità. Ed i fisici affermano di essere sull'orlo della scoperta che ci permetterà di conoscere la legge che dia ragione della struttura e dell'armonia dell'universo.
Ma se è ormai scontato che l'universo fisico soggiace ad un'unica legge - e neppure una persona completamente scettica oggi lo negherebbe - come si può pensare che le nostre azioni, i nostri stessi pensieri, il mondo spirituale, che sono manifestazioni di energie più sottili, non facilmente misurabili da strumenti fisici, perché agenti su piani diversi, ma non per questo meno reali o sensibili, possano essere governati dal caos?
L'apparente contraddizione è dovuta allo spirito scientifico occidentale, che trae le sue origini dal pensiero filosofico greco, il quale ha sempre diviso nettamente ciò che è naturale da ciò che è spirituale o manifestazione soprannaturale.
Ma la linea che divide i due settori della conoscenza, quella scientifica da quella filosofico-religiosa è molto elastica, e con il progredire del nostro bagaglio scientifico, quello che secoli fa appariva sotto forma di prodigio, e perciò attribuibile al capriccio di una divinità, oggi e spiegabile naturalmente. Perciò portando al limite questo ragionamento, quando la nostra conoscenza sarà totale, tutto sarà perfettamente spiegabile, senza l'intervento di fattori esterni. E questo non perché non esista un Dio, ma perché la sua creazione e talmente perfetta che si regola in ogni sua manifestazione attraverso l'applicazione di un'unica, armonica legge che oggi non conosciamo, che sicuramente non conosceremo mai con strumenti di analisi scientifica tradizionale, ma che certamente esiste. I mezzi per comprenderla ci sono forniti da una scienza antica quanto estremamente evoluta: lo yoga.
Questa affermazione può lasciare attoniti, poiché siamo sempre stati abituati a vedere un dio che interveniva continuamente nel creato, spesso per aiutare un suo beniamino a discapito di altri esseri o in contrasto con le leggi naturali. Ma se consideriamo questi fatti alla luce della logica, ciò sarebbe altamente ingiusto. Non ama forse Dio tutta la creazione di un medesimo, infinito amore? Perciò la massima perfezione si manifesta nell'aver calibrato tutti i fattori agenti nell'attimo della creazione dell'Universo, lasciando che poi evolvessero nel disegno stabilito. E poiché questo disegno è estremamente generale, valido per le particelle subatomiche, le galassie e le manifestazioni spirituali, evolve in tempi per noi inimmaginabili, e su una scala praticamente infinita, perciò è estremamente arduo per noi comprendere come questo piano si sviluppi e quale sia il fine. Ma ci resta la certezza che ogni evento si collochi in una posizione ben definita, obbedendo ad una armonica ed immutabile legge, di cui noi possiamo intravedere un pallido riflesso nei nostri modelli fisico-matematici.
Questa concezione dell'Universo è in perfetta sintonia con la legge del karma: "Essendo il karma una legge naturale e operando le leggi naturali con precisione matematica, potremo in certa misura predire i risultati karmici delle nostre azioni e predirne le conseguenze. Il risultato karmico di un'azione, o `frutto', come viene generalmente denominato, sia in rapporto con la azione come una copia fotografica sia in rapporto con la negativa, sebbene il comporsi di effetti diversi possa rendere difficile risalire con esattezza alle rispettive cause di ciascun effetto". Taimni, la scienza dello yoga.